Cari lettori,
avrete senza alcun dubbio letto a partire da Sabato 18 Novembre la news riportata un po’ ovunque sui risultati dello studio BRAVE DREAMS annunciati dal Dr. Paolo Zamboni (Università di Ferrara) in occasione del Veith Symposium di New York, sulla sicurezza e l’efficacia dell’angioplastica dilatativa (palloncino) nelle principali vene extracraniche come terapia innovativa della sclerosi multipla. Tuttavia, vorrei che partissimo dal principio riportando le numerose e talvolta molto disinformanti fonti che hanno ruotato e che purtroppo ruotano intorno a questo controverso argomento.
Come molti di voi sanno, nei miei articoli riguardanti le news scientifiche mi astengo dallo scrivere pareri personali, ma questa volta lascerò una mia personale opinione nelle conclusioni finali. Ed ora andiamo con ordine…

Il 21 gennaio 2017 il sito News-italys.com pubblica per primo un articolo dal titolo: “Medico italiano ha scoperto la cura per la Sclerosi Multipla“, superando le 90 mila condivisioni Facebook: Tale articolo riportava quanto segue:

Paolo Zamboni, chirurgo vascolare di Ferrara, ha scoperto che la Sclerosi Multipla è dovuta anche ad un accumulo di ferro nel cervello indotto dal restringimento anomalo delle vene. Attraverso un operazione chirurgica le vene sono riaperte e in alcuni casi scompare completamente la malattia.
Il Prof. Paolo Zamboni cominciò ad interessarsi alla Sclerosi Multipla dopo che sua moglie negli anni ’90 ne fu colpita e da quel momento iniziò una grande ricerca che lo portò a riconoscere che le cose non stavano proprio come la medicina ufficiale insegnava. Scoprì infatti che solo i malati di sclerosi multipla hanno un accumulo di ferro nei vasi sanguigni cerebrali che causa necrosi, infiammazione, disturbi immunitari e cominciò ad indagarne la causa. Analizzando il circolo venoso dei pazienti vide che tutti avevano un restringimento importante (60-80%) delle vene del collo (insufficienza venosa cronica cerebrospinale chiamata CCSVI) che crea un ristagno venoso nel cervello. Attraverso un’angioplastica simile a quella che si fa per riaprire le coronarie ostruite risolve le condizioni dei pazienti eliminando gli ostacoli al deflusso del sangue “sporco” dal cervello.
[…]
Sul sito della Fondazione Veronesi in un articolo del 2013 leggiamo che lo scetticismo della classe medica è dovuto al fatto che si stanno aspettando i risultati di uno studio iniziato nel 2012 i cui risultati non sono ancora stati resi noti. E’ incredibile come una terapia che potrebbe essere risolutiva per milioni di persone possa essere fatta attendere tutto questo tempo.
Sebbene i media e il mondo scientifico vogliano far apparire questa terapia come non attendibile, sono tantissimi i casi di guarigione avvenuti grazie al metodo Zamboni chiamato anche Brave Dreams (tradotto “Sogni Coraggiosi” in un società dove devi essere davvero coraggioso per andare contro il sistema).

Nello stesso articolo si legge:

Nicoletta Mantovani, che oggi ha 47 anni, aveva mostrato i primi sintomi della malattia a 18 anni, malattia che è progredita per 25 anni rendendo la sua vita un inferno. Poi la conoscenza del professor Zamboni e la fiducia cieca, a quanto pare ripagata, nella terapia. Eppure, nonostante quella di Nicoletta Mantovani non sia l’unico casi di “redenzione” dalla sclerosi multipla, il metodo Zamboni deve lottare ancora contro diversi detrattori. Nicoletta è presidente onorario dell’Associazione Ccsvi nella sclerosi multipla onlus per raccogliere fondi per finanziare il metodo Zamboni.

image

L’associazione CCSV è nata il 9 aprile 2010, ha un sito internet e una pagina Facebook, in cui si legge:

L’Associazione “CCSVI nella Sclerosi Multipla – ONLUS” è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale che intende incoraggiare, coordinare e sostenere la ricerca rivolta alla prevenzione, diagnosi e cura della Sclerosi Multipla con particolare riferimento alle sue connessioni con l’Insufficienza Venosa Cronica Cerebro – Spinale (CCSVI).
La CCSVI è una condizione vascolare scoperta e descritta dal professor Paolo Zamboni dell’Università di Ferrara e dal neurologo dottor Fabrizio Salvi dell’Ospedale Bellaria di Bologna e studiata in tutto il mondo.

Tuttavia, ben prima di questo articolo (2012), ecco cosa riportava Medbunker:

Lo stesso Zamboni, nel suo studio più recente, sembra evidenziare che, se da un lato i test per valutare i sintomi dei pazienti con sclerosi risultavano migliori in coloro che avevano eseguito la procedura, questo non valeva per tutti. Anche nei suoi esperimenti la “disostruzione” delle vene cerebrali non ha migliorato tutti e per tutti i sintomi.
Sembra evidente inoltre che i miglioramenti non siano prolungati nel tempo.
C’è un altro particolare che fa riflettere e che è emerso da alcune ricerche: i risultati della metodica sembra possano variare cambiando la tecnica di valutazione. Per capirci: alcuni esami mostrano miglioramenti più importanti, altri sembrano mostrare scarsi cambiamenti. Servirebbero quindi studi più precisi e statisticamente attendibili, anche se emerge chiara una prima conclusione: la CCSVI non è la causa esclusiva della sclerosi multipla (e questo smentisce Zamboni che ipotizzava la presenza del problema venoso nel 100% degli individui con sclerosi), elemento che emerge anche in studi su cavie e che altri avevano sospettato.
Tanto era dibattuto l’argomento (sospetti complottistici a parte) che si era mossa anche l’AISM (Associazione italiana sclerosi multipla) con uno studio molto ampio che serviva a fare chiarezza.
Qual è quindi la conclusione alla quale siamo giunti con gli studi?
Ciò che è emerso finora è che la “disostruzione” delle vene cerebrali non è la cura esclusiva per tutti i casi di sclerosi. Non tutti i pazienti con sclerosi mostrano ostruzione venosa e chi mostra miglioramenti misurabili (molto variabili da un individuo all’altro e da uno strumento all’altro) non sembra beneficiarne per lungo tempo. Vi è un’alta incidenza di “restenosi” (cioè una ricomparsa del “restringimento” delle vene). Sono stati riportati infine, alcuni effetti collaterali anche gravi.
Si è aggiunto come detto un altro dato, arrivato proprio pochi giorni fa.
Lo studio dell’AISM è giunto alla fine e le conclusioni sono piuttosto chiare (e si tratta di uno studio in doppio cieco, è importante, ed effettuato in centri diversi): la CCSVI non è causa della sclerosi multipla. I risultati sono emersi su 1767 pazienti, la malattia vascolare si riscontra anche nei soggetti sani (in questi nel 2% dei casi, in quelli con sclerosi nel 3%, quindi in percentuali praticamente sovrapponibili) e non vi sono elementi che facciano pensare ad un nesso tra le due cose. Il prossimo passo sarà quello di stabilire se la cura della CCSVI può essere utile a chi soffre di sclerosi.
Fondamentalmente questa non è una bella notizia ma sia l’ennesima lezione per l’informazione (trasmissioni televisive comprese) che ha lucrato e fatto spettacolo su un argomento così delicato e che coinvolge così tante persone.
Centinaia di persone con questo problema si sono recate all’estero in strutture non ufficiali per inseguire una speranza, hanno speso una marea di denaro, hanno rischiato, si sono illuse ed hanno insultato e denigrato i ricercatori che continuano a lavorare per loro perchè spinti al sospetto ed alla rabbia da varie parti (tutte con un interesse personale che non aveva nulla a che fare con quello dei pazienti).
I carnefici sono sempre gli stessi (quelli che cercano scoop ed i disinformatori), le vittime anche (chi ha un problema di salute).
Quando impareremo a parlare solo al momento opportuno?

Non mi esprimo di nuovo in merito ai disinformatori o agli articoli scritti da giornalisti che NON leggono i contenuti delle fonti che citano, ma rimango nel vivo del “controverso” metodo Zamboni. Nel 9 Marzo 2017 per la gioia dei cosidetti debunkers di tutto il mondo, molto attivi nel tentativo di “smascherare” la presunta cura, giunge alla mia attenzione un altro articolo sul sito Wired.it dal titolo “Sclerosi multipla, uno studio sconfessa il metodo Zamboni” che riporta:

Secondo uno studio della University of British Columbia e della Vancouver Coastal Health (Canada), presentato durante il meeting annuale del Society for Interventional Radiology a Washington, il cosiddetto metodo Zamboni non apporterebbe alcun beneficio per i pazienti con sclerosi multipla.
La strategia ideata da Paolo Zamboni, esperto in chirurgia vascolare dell’università di Ferrara, è stata per anni motivo di dibattito e scetticismo da parte della comunità scientifica: l’ipotesi del medico ferrarese si basa sull’associazione tra la sclerosi multipla, malattia neuro-degenerativa in cui il sistema immunitario attacca il rivestimento protettivo dei neuroni, e un problema circolatorio del sistema nervoso centrale, ovvero l’insufficienza cerebrospinale venosa cronica (Ccsvi). Questo disturbo vascolare sarebbe il responsabile del ristagno di sangue e, quindi, di una maggior quantità di ferro, che causerebbe un danno al cervello, innescando la risposta autoimmune tipica della sclerosi multipla. Zamboni ha così ideato un intervento chirurgico di angioplastica, allo scopo di liberare (dilatare) i vasi ostruiti, tramite una sonda con un piccolo palloncino (venoplasty).
Per arrivare alla conclusione che questa strategia non sia efficace nel trattamento della sclerosi multipla, lo studio ha coinvolto 104 persone di Vancouver, Winnipeg, Montreal e Quebec City, affette tutte dalla sclerosi multipla e con un restringimento della vena giugulare (che drena il sangue dal cervello) o della vena azygos (che drena il sangue dal midollo spinale).

Torniamo ora allo studio Brave Dreams (ovvero Sogni coraggiosi, abbreviazione di BRA.VE DR.E.A.M.S.), BRAin VEnous DRainage Exploited Against Multiple Sclerosis. Esso ha incluso 200 soggetti i quali erano soprattutto pazienti con SMRR (sclerosi multipla recidivante remittente) ed alcuni con SMSP (SM secondariamente progressiva con EDSS sotto 5,5).

Essi sono stati studiati e trattati quando si trovavano nel gruppo di controllo simulato e hanno atteso un anno per il completamento dello studio. Il trial ha tenuto conto di numerosi parametri di sicurezza poiché proprio la sicurezza del trattamento è stata oggetto di accesi dibattiti in passato.

zamboni-and-ccsvi

Professor Zamboni (nella foto) aveva spiegato il 18 Novembre dello scorso anno a New York che gli endpoint primari dello studio erano oggettivi e cioè i cambiamenti registrati nei pazienti con sclerosi multipla non erano soggettivi, e dunque basati sulle sensazioni del paziente, ma erano misurabili con una strumentazione medica precisa e approvata. Sono stati utilizzati cinque differenti strumenti di investigazione scientifica. Queste misure oggettive includevano il volume vescicale, l’acutezza visiva, il tempo impiegato per camminare a e l’abilità manuale; oltre a questi strumenti sono state considerate le lesioni attraverso l’imaging di risonanza magnetica. Tali misure sono state osservate e confrontate nel corso di intervalli regolari di 3, 6, 9 mesi e 1 anno.

In occasione del Veith Symposium del 2016, il Prof. Zamboni aveva dichiarato sorridente: “I pazienti devono essere pazienti,” e l’attesa si è conclusa pochi giorni fa. Un nuovo studio pubblicato da JAMA Neurology ha infatti fornito un verdetto finale su una teoria a lungo dibattuta sul fatto che la SM potesse essere trattata attraverso l’angioplastica: è sicuro ma “in gran parte inefficace” e quindi non può essere raccomandato.

Ma siamo sicuri che si tratti di un verdetto finale? Certamente, si tratta di risultati molto importanti e attesissimi dal mondo scientifico e ancor di più dalla vasta comunità delle persone colpite da questa patologia.

Tuttavia, i comunicati stampa che le redazioni hanno ricevuto lo scorso sabato (18 Nov) in merito al talk del prof. Zamboni sono due. Entrambi comunicano e commentano i dati pubblicati su Jama: quello inviato dall’Ufficio stampa dell’Azienda ospedaliera Universitaria Sant’Anna – Unife, e quello inviato dalla Fondazione Il Bene – onlus, che si occupa di ricerca sulle malattie neurologiche rare e neuroimmuni.

Sfortunatamente per noi malati SM i due comunicati sono in netto contrasto fra di loro.

Il comunicato dell’Ospedale dice chiaramente che nessuno dei due obiettivi perseguiti dallo studio ”Brave Dreams”, finanziato dalla Regione Emilia Romagna e promosso dal Sant’Anna di Ferrara, ha dato esito positivo circa gli effetti dell’angioplastica nei malati di Sclerosi multipla. Lo studio dimostrerebbe, infatti, che l’intervento di angioplastica non ha alcun effetto né sulla disabilità rispetto ad un intervento simulato, né sull’accumulo di lesioni cerebrali del paziente SM. In sostanza quindi con o senza angioplastica le condizioni del malato non cambierebbero nel tempo. L’unico esito positivo è quello che riguarda la sicurezza dell’intervento stesso, il quale non avrebbe determinato effetti avversi importanti. Ed è proprio quest’ultimo l’UNICO dato su cui i due comunicati concordano. Infatti, per la Fondazione Il Bene onlus lo studio dimostrerebbe sia che esiste un’alta correlazione fra sclerosi multipla e CCSVI, una patologia scoperta proprio dalla ricerca del Prof. Zamboni, come correlata alla SM, smentendo, quindi, chi ha sempre sostenuto l’opposto. Quanto all’efficacia dell’angioplastica, la fondazione ripprta che un paziente su cinque, dopo l’intervento con palloncino sarebbe risultato “protetto” da nuove lesioni cerebrali. Tale risultato, riporta il comunicato della Fondazione, sarebbe evidente a distanza di sei mesi dall’angioplastica.

Sull’efficacia clinico–funzionale, la Fondazione il Bene ritiene che per esprimere un giudizio su un’azione terapeutica che prevenga o migliori le disabilità, serve un periodo più lungo di osservazione. Nessun verdetto finale quindi…

Ma entriamo ora nel vivo dello studio Brave Dreams, leggendo direttamente dall’articolo pubblicato su JAMA Neurology.
Lo studio Brave Dreams è stato uno studio multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con procedura sham (ovvero fittizia) in parallelo, per valutare l’efficacia e la sicurezza della PTA venosa nei pazienti con SM e CCSVI nelle vene extracraniche o extravertebrali.
Lo studio è stato condotto presso 6 centri SM in Italia e le relative unità di ecografia color Doppler (ECD) e angiografia, tutte accreditate dal Servizio Sanitario Nazionale Italiano. Il comitato direttivo di Brave Dreams ha nominato una Commissione per valutare gli End Points, la quale ha pubblicato un manuale operativo dettagliato e ha coinvolto medici sperimentali, i quali sono stati istruiti per la valutazione degli esiti funzionali primari, per l’utilizzo dell’apparecchiatura ECD e per eseguire la venografia con catetere senza angioplastica venosa e la PTA venosa. La commissione ha poi rilasciato un certificato che era poi necessario per i medici al fine di partecipare alla sperimentazione. Il monitoraggio dello studio è stato delegato alla società Medical Trials Analysis Italy a Ferrara, in Italia. È stato istituito un centro di coordinamento dei dati di studio per sorvegliare la raccolta e la qualità dei dati e per eseguire le analisi statistiche. Lo studio ha aderito alla Dichiarazione di Helsinki e all’International Council for Harmonisation of Technical Requirements for Pharmaceuticals for Human Use Good Clinical Practice (Consiglio Internazionale per
l’armonizzazione dei requisiti tecnici per la registrazione dei farmaci ad uso umano), ed è stato approvato dal comitato etico dell’Ospedale dell’Università di Ferrara e successivamente dai comitati etici degli altri centri partecipanti. 

I partecipanti
I pazienti sono stati reclutati presso i centri partecipanti. I criteri di ammissibilità includevano individui di età dai 18 ai 65 anni; una diagnosi di SMRR, secondo i criteri di McDonald del 2005; una diagnosi di SM secondariamente progressiva, secondo Lublin e Reingold; assistenza fornita dal centro di reclutamento per almeno 2 anni; almeno 1 ricaduta in SMRR nei 2 anni precedenti l’arruolamento; un punteggio EDSS (Expanded Disability Status Scale) di base compreso tra 2 e 5.5, una durata della malattia di 15 anni o meno alla baseline; una condizione neurologica stabile senza recidive per almeno 30 giorni prima della baseline; CCSVI, come determinato dall’esame ECD effettuato secondo un protocollo di screening; e senza terapia specifica per la SM, immunomodulazione o terapia immunosoppressiva, senza modifiche per almeno 6 mesi fino alla baseline. I pazienti non erano eleggibili se avevano effettuato in precedenza una PTA venosa o avevano ricevuto terapia con fingolimod, cladribina, laquinimod, tossina botulinica, pompa di infusione o impianto di neurostimolatore, o avevano partecipato a una qualsiasi sperimentazione clinica entro 3 mesi dalla baseline

End points primari

I risultati degli end point funzionali erano disponibili per 109 pazienti con SMRR. Un totale di 30 su 73 pazienti (41%) nel gruppo PTA e 18 su 37 (49%) nel gruppo sham sono migliorati sull’end point finale funzionale – una differenza di -7% (IC 95%, da -26,7 a 10,1) a favore del gruppo sham. Il modello logistico corretto per sesso e durata della malattia ha fornito un odds ratio (OR) a favore del gruppo PTA (rispetto al gruppo sham) di 0,70 (IC 95%, 0,31-1,59; P = 0,40). Il peggioramento si è verificato in 9 pazienti (12%) nel gruppo PTA vs 7 (19%) nel gruppo sham; la stabilità funzionale è stata mantenuta in 17 (23%) nel gruppo PTA e 8 (22%) nel gruppo sham. Un risultato misto (miglioramento di una o più funzioni e peggioramento di una o più) si è verificato in 16 pazienti (22%) nel gruppo PTA e 4 (11%) nel gruppo sham. Più pazienti nel gruppo PTA rispetto al gruppo sham hanno riscontrato un miglioramento nell’acuità visiva e nella destrezza manuale, mentre un numero maggiore di pazienti nel gruppo PTA ha riscontrato un peggioramento nel volume delle urine residue postoperatorie. 
Il numero di nuove lesioni alla RM a 12 mesi rispetto al baseline non era correlato alla PTA venosa; si è registrata una media di 1,40 nuove lesioni nel gruppo PTA vs 1,95 nel gruppo sham (rapporto medio, 0,72, IC 95%, 0,32-1,63, P = 0,45, P = 0,4 regolato). Nell’analisi di regressione aggiustata per sesso e durata della malattia, il rapporto medio PTA-to-sham era 0,50 (IC 95%, 0,20-1,27, P = 0,30). La proporzione di pazienti privi di nuove lesioni non differiva significativamente tra i gruppi PTA e sham (63,0% vs 48,6%; OR, 1,80; IC 95%, 0,81-4,00; P = 0,15; P = 30 modificata).
 A 12 mesi, 50 pazienti (68%) nel gruppo PTA non presentavano lesioni T2 nuove o ingrandite rispetto a 21 (57%) nel gruppo sham (OR, 1,66, IC 95%, 0,73-3,75, P = 0,22 ; P = .62) e 53 (73%) nel gruppo PTA erano privi di lesioni di potenziamento del gadolinio a 12 mesi rispetto a 18 (49%) nel gruppo sham (OR, 2.76; IC 95%, 1.14- 6,68; P = 0,02; P = .08).
Un’analisi post hoc che studia nuove lesioni cerebrali da 0 a 6 mesi e da 6 a 12 mesi ha rilevato che a 6-12 mesi, 58 su 70 pazienti (83%) nel gruppo PTA e 22 su 33 (67%) nel gruppo sham (OR, 2,64, IC 95%, 1,11-6,28, P = 0,03, P = 0,09) erano privi di lesioni cerebrali combinate, mentre vi era una media di 0,36 (0,98) nuove lesioni T2 nel gruppo PTA e 1,14 (2,63) nel gruppo sham (P = 0,02; P = 0,06). Infine, 61 pazienti (87%) nel gruppo PTA e 24 (73%) nel gruppo sham (OR, 2,75, IC 95%, 1,10-6,89, P = 0,03, aggiustato P = 0,09) erano liberi da nuove lesioni T2.

Limitazioni

Questo studio presenta diversi limiti. Nonostante sia il più grande studio randomizzato sulla PTA venosa nella SMRR, il potere dello studio era limitato. Ci sono almeno 3 ragioni principali. Innanzitutto, molti centri SM sono riluttanti a proporre ai pazienti una sperimentazione che esplori un’ipotesi controversa. Quindi, dei 15 centri che hanno inizialmente aderito allo studio, solo 6 hanno attivamente reclutato. In secondo luogo, molti pazienti sono riluttanti a partecipare a uno studio randomizzato nonostante il fatto che la randomizzazione sia 2:1 a favore dell’angioplastica; questa riluttanza potrebbe essere stata esacerbata dai media, che hanno enfatizzato eccessivamente l’efficacia della PTA venosa. In terzo luogo, l’improvvisa diffusa disponibilità di PTA venosa (e stenting) nei centri privati ​​ha ridotto il numero di pazienti che potevano soddisfare il criterio di inclusione di nessuna precedente angioplastica.

Ma andiamo a leggere cosa scrivono le fonti internazionali sull’articolo pubblicato da JAMA Neurology:

Il trattamento non ha ridotto la disabilità dei pazienti e ha soltanto ripristinato il flusso ematico cerebrale in circa la metà dei pazienti, secondo l’autore principale Dr. Paolo Zamboni e un comitato di neurologi con sede in Italia.
Il dottor Zamboni è stato l’autore della teoria. Ha proposto per la prima volta nel 2009 che le vene bloccate potrebbero portare ad alcuni dei sintomi della SM. Ciò scatenò una tempesta di interesse da parte di pazienti e degli scienziati di tutto il mondo sulla possibilità che la malattia, a lungo etichettata come una malattia immunitaria, potesse essere collegata a un’anomalia venosa, una condizione che il Dr. Zamboni chiamava insufficienza venosa cronica 

“Questo studio è stato molto difficile per noi”, ha detto il Dott. Zamboni a CTV News.
“La comunità neurologica, ha chiesto uno studio in doppio cieco, ma nel frattempo i neurologi hanno raramente sostenuto lo studio”. Quando gli scienziati hanno confrontato gli effetti su punteggi di disabilità e scansioni cerebrali, non hanno riportato differenze sostanziali tra il gruppo placebo e il gruppo di trattamento.

“È uno studio insolito”, ha detto il dottor George Ebers, un neurologo canadese ora in pensione della Oxford University, a cui è stato chiesto di commentare il documento.
“Hai uno studio progettato per circa 400 persone ma sono in grado di iscriversi solo a 100. Quindi significa che è stato molto sottodimensionato per rispondere alle domande, ma è arrivato comunque ad una conclusione.”
Nonostante i limiti dello studio, concorda con le sue conclusioni. “Nessuno nel mondo scientifico pensava che ci fossero dei fondamenti in questa idea. Non ho mai potuto vedere alcuna motivazione per poter sostenere l’idea che il restringimento venoso sia collegato alla SM”, ha affermato Ebers.

La dott.ssa Maria Grazia Piscalgia, una neurologa di Ravenna, ha fatto riferimento a 28 dei 115 pazienti allo studio Brave Dreams e ha detto a CTV News che otto di quei pazienti hanno ricevuto angioplastica con placebo, mentre 20 hanno ricevuto l’angioplastica con palloncino. Di questi 20 che hanno ricevuto il trattamento, 18 hanno mostrato miglioramenti dei sintomi e un minor numero di lesioni alle scansioni MRI per la durata di un anno. Tuttavia, i dati, se combinati con quelli di tutti gli altri pazienti studiati, non hanno mostrato alcun beneficio generale. “Credo che la ricerca in medicina, anche se porti a risultati negativi, ci permette di capire le malattie e di curare più precisamente le persone che ne soffrono”, ha affermato la Dott.ssa Piscaglia in una email.

Conclusioni

Siamo giunti alle conclusioni di questo lungo articolo.
La conclusione tecnica a cui giunge Brave Dreams è che l’intervento di angioplastica venosa non ha alcuna efficacia nel modificare né il naturale decorso clinico nella malattia, né l’accumulo di nuove lesioni cerebrali e perciò che non è indicato in persone con SM. Già nel 2013 lo studio CosMo, finanziato interamente da Aism e la sua Fondazione con 1,5 milioni di euroaffermava che la CCSVI non è associata alla Sm e non vi ha alcun ruolo. Il 97% delle persone con SM non presenta infatti la CCSVI, e quando ricorre la frequenza è assolutamente simile a quella dei controlli sani e di altre malattie neurologiche degenerative. «Dopo i dati preliminari dello studio interventistico pan-canadese condotto dall’Associazione SM del Canada e dal Canadian Institutes of Health Research (CIHR), anche i risultati dello studio Brave Dreams confermano l’inefficacia del trattamento per la sclerosi multipla», ha commentato in una recente nota stampa AISM.
Un certo numero di neurologi e scienziati hanno espresso l’opinione che la decisione di condurre un esperimento sulla CCSVI in assenza di prove scientifiche valide fosse immorale e uno spreco di risorse.

Personalmente, da scienziata e da malata di sclerosi multipla, ritengo che il modo migliore per fornire informazioni utili ai pazienti (e alle svariate autorità di regolamentazione) sul beneficio e la sicurezza della PTA venosa, era quello di condurre uno studio randomizzato – come raccomandato anche dal NICE – che valutava i risultati direttamente rilevanti per i pazienti. La PTA venosa si è dimostrata una tecnica sicura ma inefficace nel trattamento della CCSVI in circa la metà di pazienti.
Certamente sappiamo che al momento non esiste una cura per la SM e la
procedura a fondo studiata dal team di Zamboni non può essere pertanto raccomandata per il trattamento di pazienti con SM. Tuttavia, non posso non menzionare il fatto che dalla lettura dell’articolo pubblicato su JAMA Neurology, si evidenzia un effetto ritardato della PTA venosa 6 mesi dopo la procedura sul biomarcatore a risonanza magnetica, il quale suggerisce una possibilità che la PTA possa effettivamente produrre qualche beneficio per un sottogruppo di pazienti con SM. Quindi, mentre chiaramente la terapia non funziona su tutti i pazienti, lo studio rileva che sembra esserci un gruppo di pazienti, che ha avuto meno lesioni cerebrali, suggerendo che questo gruppo dovrebbe essere “ulteriormente analizzato”. Non sono d’accordo, dunque, con gli articoli che fanno apparire lo studio come un fallimento totale ma credo anche che la PTA da sola non possa assolutamente costituire la cura definitiva per la SM. Al tempo stesso, credo che la causa della malattia non sia una sola e alla luce di questo, sono convinta che questo studio non sarà una pietra tombale per la CCSVI. E voi cosa ne pensate?

Se vuoi che questo sito continui a vivere CONDIVIDI e SEGUIMI SU

social-facebook-button-blue-icontwitterbirdyoutubeunnamedInstagram-APK

Fonti

http://lanuovaferrara.gelocal.it/ferrara/cronaca/2017/11/18/news/sclerosi-multipla-nessun-vantaggio-per-i-pazienti-dal-metodo-zamboni-1.16134590

http://www.repubblica.it/salute/medicina/2017/11/18/news/ccsvi_e_sclerosi_multipla_l_angioplastica_non_e_efficace-181461645/

http://www.telestense.it/zamboni-20171118.html

http://www.vita.it/it/article/2017/11/20/il-metodo-zamboni-inefficace-sui-pazienti-con-sclerosi-multipla/145165/

https://www.theguardian.com/society/2017/mar/08/multiple-sclerosis-treatment-is-debunked-by-researchers-in-canada

https://www.snopes.com/italian-doctor-multiple-sclerosis/

https://jamanetwork.com/journals/jamaneurology/fullarticle/2664001#editorial-comment-tab

http://www.thisisms.com/forum/general-discussion-f1/topic29604.html

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29150995

One thought

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s