Cari lettori,
eccovi una notizia molto recente. Alcuni scienziati dell’University of Maryland hanno sviluppato un trattamento sperimentale per il controllo del sistema immunitario e il recupero del movimento su topi paralizzati dalla sclerosi multipla (SM). Il team ha presentato la sua ricerca pochi giorni fa, precisamente il 2 aprile nel corso del 253rd National Meeting & Exposition of the American Chemical Society svoltosi a San Francisco. Tale studio ha dimostrato come un nuovo trattamento sia stato in grado di ri-educare il sistema immunitario di topi paralizzati, restituendo loro la capacità di movimento. Un trattamento, ancora in fase di sperimentazione, che in futuro potrebbe combattere diverse malattie autoimmuni umane, tra cui il diabete di tipo 1 e la sclerosi multipla.

Come sappiamo, nella Sclerosi Multipla, il sistema immunitario si rivolta contro i tessuti del corpo sano ed in particolare prende di mira la guaina mielinica di protezione che circonda i neuroni nel cervello. L’attacco pertanto è volto a distruggere la mielina e quando colpisce i motoneuroni, il corpo si paralizza.Nelle malattie autoimmuni, dopo che una cellula immunitaria riconosce erroneamente una molecola come estranea e potenzialmente pericolosa, quest’ultima viaggia ai linfonodi dove una seconda cellula immunitaria, chiamata cellula T, viene quindi programmata per attaccare l’antigene. Nella SM, quella molecola riconosciuta come estranea è proprio la mielina, che viene dunque presa di mira dalle cellule T.

Il team di ricercatori ha ipotizzato che se essi avessero potuto fornire un agente immuno-modificante nei linfonodi, ciò avrebbe impedito le cellule T dal prendere di mira la mielina. Per progettare questo agente immunoterapeutico, il team ha per prima cosa sviluppato la molecola di trasporto per l’agente immunitario e a tale scopo ha utilizzato un polimero approvato dalla FDA (Food and Drugs Administration), noto come PLGA. Poi, lo hanno caricato con un agente immuno-soppressivo e l’antigene mielinico, in modo che le cellule T imparassero che la mielina non è un “nemico” e, pertanto, non dovrebbe essere attaccata.

I ricercatori hanno iniettato poi le particelle caricate nei linfonodi di un modello murino di SM umana, già paralizzato dalla malattia. Le particelle hanno lentamente riprogrammato l’ambiente dei tessuti linfonodali per generare cellule immunitarie che fermassero l’attacco contro la mielina. L’esperimento è stato ripetuto in tutti i topi, i quali hanno così riacquistato la capacità di camminare e hanno mntenuto tale capacità per tutta la durata dello studio, ovvero 80 giorni. Inoltre, i topi sono stati capaci di rispondere prontamente anche quando sono state introdotte molecole estranee, suggerendo che il trattamento non ha compromesso la normale funzione immunitaria.

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“Il problema con le immunoterapie attuali è che non sono specifiche”, ha spiegato l’autore dello studio Christopher Jewell, professore associato presso il Dipartimento di Bioingegneria della UMD. “Esse si comportano in linea di massima compromettendo l’intero sistema immunitario e mettendo a rischio la salute del paziente, piuttosto che concentrarsi solo su quelle cellule del sistema immunitario che provocano il danno”.

Per questo motivo, Jewell e il suo team di ricercatori si sono concentrati sui linfonodi come possibili bersagli per la creazione di una risposta immunitaria specifica ed hanno osservato che questo non sembrava essere il caso della loro strategia, dato che i topi erano stati in grado di creare delle risposte immunitarie efficaci contro le molecole estranee. Questo ha suggerito che l’attività del sistema immunitario non è compromessa.

Il passo successivo sarà quello di testare il nuovo trattamento anche in altre malattie autoimmuni, come il diabete di tipo 1, una malattia in cui il sistema immunitario attacca il pancreas. Mentre, entro la fine dell’anno, il team ha in programma di eseguire i primi esperimenti sui primati non umani.

Entro la fine dell’anno, il team metterà alla prova questa strategia anche su primati non umani, in collaborazione con i medici presso l’University of Maryland Medical School.
E voi cosa ne pensate di questa ricerca?

Se volete seguire l’intero talk della conferenza in cui è stato presentato tale studio, guardate questo video (in lingua inglese):

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