Cari lettori,
eccoci giunti al primo post settimanale. Secondo la National MS Society degli Stati Uniti d’America (NMSS), lo stress è come una lampadina che si accende quando ne abbiamo bisogno.
Ma quando non è possibile spegnerlo, si corre il rischio di burnout, che può influire gravemente sulla salute.

La sindrome da burnout (o più semplicemente burnout) è l’esito patologico di un processo stressogeno che interessa, in varia misura persone impegnate quotidianamente e ripetutamente in attività che implicano in particolare relazioni interpersonali. In tal senso il burnout diventa una sindrome da stress comportando un esaurimento emotivo, depersonalizzazione, un atteggiamento spesso improntato al cinismo e un sentimento di ridotta realizzazione personale. Si inizia a provare frustrazione e insoddisfazione, nonché una ridotta empatia nei confronti delle persone attorno. Il burnout si accompagna spesso ad un deterioramento del benessere fisico, a sintomi psicosomatici come l’insonnia e psicologici come la depressione.

Personalmente talvolta soffro di stress, per svariati motivi: personali o relativi al lavoro. Ancor di più, guardando indietro nel mio passato, ho avuto numerosi episodi di stress, anche a causa delle visite mediche, degli impegni universitari, o delle amicizie sbagliate che, però, non ero stata in grado di riconoscere al momento opportuno.

In realtà, tutti soffriamo di stress di tanto in tanto, ma quando si ha una malattia cronica, come la sclerosi multipla, può essere maggiormente nocivo. Il NMSS dice: “Lo stress cronico indebolisce il sistema immunitario e aumenta il rischio per una serie di malattie, tra cui le malattie cardiache, il diabete e la depressione. La maggior parte degli studi di ricerca sugli effetti dello stress sulla SM sono stati inconcludenti, ma un recente studio condotto da David Mohr, PhD, presso l’Università della California, a San Francisco, ha trovato un aumento significativo delle recidive della SM seguenti ad eventi stressanti della vita. “

woman in office with burnout

Lo scorso 21 Novembre uno studio tedesco pubblicato su PNAS aveva riportato: “Che lo stress può giocare un ruolo sulla SM è stato ipotizzato già dal francese Jean-Martin Charcot che per primo descrisse la malattia nel 19° secolo; come però questo agisca sui sintomi della malattia non è chiaro”. Ciò è quanto avevo specificato Martin Weygandt di Charite, Università di Berlino, primo autore dello studio.

Weygandt e i suoi colleghi hanno misurato l’attività cerebrale di 36 pazienti affetti da SM e 21 controlli sani durante l’esposizione a un lieve stress psicologico (operazione aritmetica mentale con feedback della performance) utilizzando la risonanza magnetica funzionale. Come riportato su PNAS, lo stress indotto da aumentata attività cardiaca ha modificato l’attività neuronale cerebellare e della corteccia insulare di tutti i partecipanti, rispetto ai controlli.

Per Weygandt “i risultati dimostrano che stress motori o cognitivi si riflettono sull’attività della corteccia insulare e che il grado di atrofia della materia grigia si riferisce all’attività nelle aree del cervello e del cervelletto dei pazienti.” Un collegamento simile è stato trovato tra l’attività cerebrale indotta da stress e il volume della materia grigia in sovrapposizione alle regioni cerebellari nei controlli sani, che “suggerisce che l’accoppiamento di attività indotta da stress e l’atrofia della materia grigia atrofia in pazienti con SM non deriva esclusivamente da un aumento della sensibilità allo sforzo indotto dalla patologia “, ha concluso Weygandt.

Lo stress diminuisce la nostra capacità di affrontare le attività giornaliere e spesso può peggiorare i sintomi della SM. Abbiamo tutti bisogno di rilassarci di più e non lasciare che i pensieri negativi prendano il sopravvento. Allora, che cosa possiamo fare?

In primo luogo, abbiamo tutti bisogno di preoccuparci di meno. Le preoccupazioni fanno parte della nostra vita: nei casi meno gravi si tratta di meccanismi psicologici che risultano funzionali, dal momento che ci aiutano a fronteggiare meglio le situazioni e a pianificare in anticipo le cose in modo da evitare problemi in futuro. In altri casi preoccuparsi può diventare uno “stile di vita”. I pensieri ansiosi diventano così pervasivi che distraggono la persona, minando la sua capacità di concentrazione, il suo umore e la sua produttività sul lavoro. Nel mio caso, quando ho una preoccupazione il mio atteggiamento è molto semplice. Quando c’è un problema, ci sono sempre due possibilità. La prima è capire se si può fare qualcosa per poter risolvere il problema, e quando si può, inizio ad agire di conseguenza. La seconda è una volta appreso che non si può fare nulla, attendere fino a quando il problema non giunge alla sua naturale conclusione. In entrambi i casi, non vi è alcun motivo di preoccuparsi.

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Non vi è alcun motivo di preoccuparsi di cose che difficilmente si potranno effettivamente realizzare. Invece, concentrarsi su ciò che si può fare e farlo bene è molto più concreto. Facile a dirsi, ma in pratica come si fa?

Le preoccupazioni, infatti, sono nocive per molte ragioni. In primo luogo, spesso le persone che si preoccupano osservano le loro preoccupazioni svanire nel nulla, dal momento che il loro scenario catastrofico immaginato non si realizza. Qualcuno potrebbe credere che il continuo fallimento di questi pensieri catastrofici dovrebbe portare all’abbandono delle preoccupazioni, dal momento che non sono in grado di prevedere il futuro, ma non è così, anzi in genere avviene l’esatto opposto. Ciò perché il nostro cervello tende a confondere la correlazione con la causalità. Infatti, dal momento che l’atto del preoccuparsi è associato con il buon esito delle situazioni (la catastrofe temuta in genere non avviene), chi si preoccupa è portato facilmente a credere che è proprio grazie alle preoccupazioni se le cose sono andate per il meglio. Lo stile di pensiero tipico è: “se anticipo la catastrofe essa non si avvererà”. Per questa ragione in futuro la persona tenderà a ripetere questo schema e ad aumentare le preoccupazioni.

Una difficoltà ad abbandonare le preoccupazioni è data dal fatto che esse divengono un’abitudine, per cui l’esperienza di non preoccuparsi risulta estranea e sconcertante. Essa diventa quindi una nuova fonte di preoccupazione: “Perché non mi sto preoccupando?”. Le vecchie abitudini sono difficili da abbandonare, e una volta abbandonate spesso restano come dei fantasmi nella mente. Le preoccupazioni possono nascere da azioni compiute in passato o eventi particolari che ci fanno temere il peggio per il futuro. E’ importante ricordarvi che bisogna vivere il presente ed è necessario lasciare gli eventi passati alle spalle.

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Quando le preoccupazioni divengono croniche e debilitanti allora cerchiamo di fare qualcosa per combatterle (andiamo da uno psicologo, assumiamo dei farmaci…). Numerosi studi hanno però suggerito che queste tecniche risultano inefficaci, e possono avere l’esito paradossale di ingigantire le preoccupazioni e la loro influenza nociva. Infatti, se vi dicessero di non pensare assolutamente ad un elefante, probabilmente al termine della frase vi si presenterà inevitabilmente il pensiero o l’immagine di un elefante nella mente. Avviene la stessa cosa con i pensieri ansiosi e con le preoccupazioni. Questo non significa che i pensieri ansiosi sono inevitabili e impossibili da gestire. Significa che, invece di sopprimere, negare o tentare di evitare questi pensieri ansiogeni, è più utile instaurare una sorta di dialogo interno con essi. In questo modo essi possono essere esaminati più attentamente alla luce delle prove reali.
Gli studi di David Barlow e dei suoi collaboratori hanno identificato due principali distorsioni cognitive che caratterizzano le preoccupazioni. In primo luogo, le preoccupazioni si associano a un errore di sovrastima del pericolo, per cui la probabilità che lo scenario catastrofico si verifichi è considerata alta e la più realistica probabilità è ignorata. In secondo luogo, le preoccupazioni includono la catastrofizzazione, per cui le conseguenze negative immaginate tendono sempre ad essere estreme. In questo caso vengono ignorate le gradualità e si tende a predire sempre il peggior esito possibile.
Data la tendenza distorta, in coloro i quali tendono a preoccuparsi eccessivamente, e data l’importanza nella vita reale di stimare la probabilità effettiva e la gravità dei rischi, il dialogo interno riguardo le preoccupazioni dovrebbe includere due principali domande:
1. Quanto è probabile che accada? Questa domanda affronta l’errore della sovrastima. Una considerazione onesta della probabilità effettiva che uno scenario negativo si materializzi ci aiuterà a distinguere le preoccupazioni utili e giustificate (alta probabilità) da quelle inutili e ingiustificate (bassa probabilità).
2. Quanto è realmente negativo? Questa domanda affronta l’errore della catastrofizzazione e ci aiuta a distinguere le minacce estreme e reali (un vero proiettile) da quelle non estreme e benevole (un proiettile finto).

 

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“La maggior parte delle cose di cui ti preoccupi non accadrà mai!”
Una volta che le preoccupazioni vengono analizzate in questo modo diviene chiaro che, a differenza di quanto vorrebbero farci credere le nostre distorsioni cognitive, molti eventi altamente probabili non sono così terribili, e molti eventi terribili non sono così probabili. È importante sottolineare che instaurare una conversazione interna con le nostre preoccupazioni non significa sostituire i pensieri negativi con quelli positivi. Al contrario, si tratta di sostituire pensieri inaccurati con pensieri accurati.

Ed infine qualche altro consiglio per gestire lo stress emotivo: provate a praticare un’attività fisica, se possibile, e se non è possibile tenete allenata la mente attraverso un hobby, la lettura, quiz, puzzle ed altri esercizi che possono contribuire a mantenere la mente attiva e sana.

Fonti

https://multiplesclerosisnewstoday.com/2017/02/09/worry-less-reduce-unnecessary-stress/

http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=45347

http://bolognapsicologo.net/blog/vincere-la-battaglia-contro-le-preoccupazioni-con-due-semplici-domande/

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