Cari lettori,
secondo un sondaggio online a cura di GeneFo, il 95% dei pazienti con sclerosi multipla (SM) crede che la marijuana medica dovrebbe essere un’opzione di trattamento.
L’indagine ha inoltre rivelato che quasi il 73% ha provato la marijuana, anche se circa la metà ha dichiarato di non aver ricevuto informazioni dal medico circa i suoi benefici e gli eventuali rischi.

Proprio recentemente, il 16 Gennaio scorso, una revisione scientifica che ha analizzato oltre diecimila studi, aveva messo sotto la lente d’ingrandimento l’uso della marijuana medica chiarendo quali sono gli ambiti nei quali c’è un effettivo beneficio e anche quali sono i rischi. Secondo tale revisione non ci sarebbero abbastanza prove scientifiche sulla maggior parte degli effetti terapeutici che la marijuana potrebbe avere, così come sui possibili rischi associati al suo utilizzo. A sostenerlo è una recente ricerca scientifica condotta dalle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine che ha portato all’elaborazione di ben cento conclusioni sull’efficacia medica di questa pianta.

Si tratta della più ampia revisione scientifica realizzata dal 1999, quando gli stati della California e dell’Arizona approvarono le prime leggi sull’uso terapeutico della cannabis ed è stata condotta da sedici esperti in vari campi tra cui neurologi, epidemiologi, oncologi e psichiatri infantili. “In realtà, la maggior parte degli usi terapeutici della marijuana non sono legati agli effetti benefici della pianta”, ha spiegato Sean Hennessy, docente di epidemiologia presso l’Università della Pennsylvania e membro del comitato di esperti che ha condotto la revisione scientifica su oltre diecimila studi. “C’è stata un’esplosione di letteratura sin dal 1999. Abbiamo passato in rassegna centinaia di abstract”, ha affermato Robert Wallace, docente di epidemiologia presso l’Università dell’Iowa College of Public Health e anch’egli membro del comitato revisore.

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Allo stato attuale delle ricerche, si può concludere che effettivamente i cannabinoidi, composti derivati dalla marijuana, sono utili per il trattamento di nausea e vomito indotti dalla chemioterapia. “Si tratta di effetti che conosciamo ormai da anni” ha commentato Paolo Poli, presidente della Società scientifica di ricerca sulla cannabis (Sirca) e direttore della Terapia del dolore del Gruppo ospedaliero San Donato di Como e Monza. La marijuana, dunque, è stata “promossa” per il trattamento del dolore cronico, in particolare per gli spasmi associati alla sclerosi multipla. Lo stesso Poli ha spiegato:
“La cannabis è utile in tutte le patologie del sistema nervoso centrale come Sla, Parkinson e contro gli spasmi. Anche in casi di lesioni midollari e di crisi convulsive in bambini farmacoresistenti. Con la fibromialgia dà risultati eccezionali ed è in via di pubblicazione un mio studio sul tema.
“Ho avuto pazienti che hanno preso qualsiasi farmaco per alleviare i dolori, spendendo molto, e che ora grazie alla cannabis terapeutica hanno potuto eliminare tutti gli altri farmaci e ritrovare una buona qualità di vita. Funziona nelle patologie reumatologiche come le forme autoimmuni: i pazienti ricorrendo alla cannabis possono rinunciare al cortisone”.

Fumare marijuana, inoltre, non è come fumare una sigaretta, nel senso che non ci sono evidenze che possa provocare – come avviene per il tabacco – tumore a testa, collo e polmoni. La ricerca evidenzia soltanto che fumare marijuana regolarmente è un’abitudine associata alla bronchite cronica e alla produzione di muchi.

Gli usi per i quali è stata trovata solo una “limitata o insufficiente evidenza scientifica” includono l’aumento dell’appetito e di peso nei pazienti con Hiv/Aids, un effetto calmante per i bambini affetti dal Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (Adhd) e il trattamento dell’epilessia.

L’uso della  marijuana potrebbe, però, aumentare il rischio di sviluppare schizofrenia, ansia e, anche se in misura minore, depressione. Si è visto anche che gli utilizzatori di marijuana ad alte dosi hanno più di frequente pensieri suicidi rispetto a chi non ne fa uso e le persone affette da disturbi bipolari e che assumono ogni giorno la cannabis manifestano più sintomi. Poli a tal riguardo ha chiarito: “L’unico rischio comprovato è quello che l’uso della cannabis nei ragazzi in età adolescenziale o pre-adolescenziale può causare gravi malattie mentali in età adulta”. Sembrerebbe, inoltre, che la marijuana aumenti i rischi di infarto – seppure lievemente – nei cardiopatici.

Uno dei problemi principali degli studi sulla marijuana è quello della varietà della pianta utilizzata: In una nota Paolo Poli ha affermato:

“Non sappiamo quale tipo di cannabis è stata utilizzata nei vari studi messi sotto esame. “Ogni cannabis ha una concentrazione diversa di principi attivi ed è indicata per alcuni disturbi ma non per altri. Per esempio, quella con un contenuto elevato di Thc, il principio attivo che provoca l’effetto sballo, può essere pericolosa in alcune patologie come l’epilessia perché potrebbe addirittura provocare delle crisi epilettiche mentre quella con un alto contenuto di Cbd funziona benissimo.”
La revisione è stata condotta a seguito della riforma avviata negli Stati Uniti e che ha reso l’uso terapeutico della marijuana legale in 29 stati e quello “ricreativo” in 8 stati e a Washington. La marijuana è la droga più diffusa negli Stati Uniti dove viene utilizzata da oltre 22 milioni di persone. Questi risultati sono destinati a scatenare un ampio dibattito internazionale visto che meno di un anno fa una commissione internazionale aveva pubblicato un report su Lancet lanciando un appello per la depenalizzazione di tutte le droghe visto che il proibizionismo non aveva dato risultati incoraggianti né sulla dipendenza né sulla criminalità organizzata. Nello stesso tempo, le Nazioni Unite per la prima volta in vent’anni hanno tenuto una sessione speciale per discutere la politica globale in merito. Inoltre, è aumentato l’allarme per la salute mentale in seguito alla diffusione dello “skunk”, un incrocio tra varie qualità di cannabis con una percentuale di Thc media del 15-25%, rispetto al 7% minimo della marijuana tradizionale.

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Ma torniamo al sondaggio online: lo sponsor, ovvero la GeneFo, è una comunità virtuale per la SM che collega i pazienti con esperti sulla malattia e informa sulle varie sperimentazioni cliniche in atto nella loro area.

Anche se il 95% dei pazienti nel sondaggio ha affermato che prenderebbe in considerazione la marijuana medica come opzione di trattamento, il 60% ha altresì stabilito che la avrebbe utilizzata solo su consiglio medico. Di questo 60%, l’81% ha dichiarato di non aver mai discusso tale opzione con un medico.

Il 50% ha dichiarato di conoscere poco gli effetti della marijuana sui sintomi della SM, e il 50% ha anche detto di aver chiesto al medico curante ulteriori informazioni a tal proposito.

I risultati dell’indagine suggeriscono vi è un divario tra la volontà dei pazienti di conoscere meglio la marijuana medica e la loro capacità di ottenere informazioni su di essa, partendo dal loro medico.

Infatti, quando i pazienti hanno elencato le ragioni per cui non stavano assumendo la cannabis medica, la mancanza di conoscenza è stata la seconda più grande preoccupazione, dietro solo alla preoccupazione per la legalità. Altre preoccupazioni, come i pareri negativi di familiari e amici, o la paura che si possano aggiungere altri rischi o effetti collaterali, non pesano sulla motivazione del paziente.

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Grafico fornito da GeneFo a MS News Today

Nel grafico fornito da GeneFo si vedono le percentuali delle ragioni per cui i pazienti SM non assumono la cannabis medica: il 37% dei pazienti non la assume per questioni sulla legalità, il 18% per mancanza di informazioni da parte del medico, e il 14% per mancanza di informazioni sui suoi effetti.

Quando è stato chiesto ai pazienti se stessero utilizzando la marijuana medica, e se i loro sintomi si alleviassero dopo l’uso, il 72,5% ha riferito di non utilizzarla, e circa la metà (52.1%) di coloro i quali la usano ha riportato risultati positivi.
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Grafico fornito da Genefo a MS News Today
Sulla base delle informazioni ottenute dall’indagine, gli autori raccomandano che i medici rivedano i propri protocolli di cura per informare i pazienti sulla marijuana medica, al fine di garantire un uso sicuro e consapevole della stessa.
E voi cosa ne pensate?

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