Un gruppo di ricercatori della Duke University afferma di aver capito il motivo per cui un farmaco per la sclerosi multipla semplicemente non funziona per la metà dei pazienti. Il farmaco in questione è l’interferone-beta, che può rallentare il decorso della malattia, ma ha effetti collaterali spiacevoli ed è anche piuttosto costoso.interferon-beta-1b
Un nuovo studio sui topi indica i meccanismi biologici che possono portare ad una forma di SM che non risponde al farmaco. I ricercatori sono stati anche in grado di identificare nuovi farmaci candidati che potrebbero aiutare pazienti affetti da SM quando il trattamento con interferone-beta fallisce.
“Lo studio mostra un meccanismo molecolare molto chiaro che potrebbe spiegare perché alcune persone non rispondono al trattamento con interferone-beta”, spiega Mari L. Shinohara, professore associato di immunologia presso la Duke University e autore senior dello studio pubblicato lo scorso 7 Novembre su Nature Neuroscience. “Abbiamo trovato ciò che fa la differenza nella risposta.”

Nella sclerosi multipla, il sistema immunitario del corpo va erroneamente in attacco contro il sistema nervoso, erodendo il rivestimento protettivo che avvolge i lunghi prolungamenti che si dipartono dal corpo cellulare, chiamati assoni che trasmettono gli impulsi nervosi.
Senza questo involucro, i segnali neurali si inceppano e non sempre arrivano dove devono andare, con una conseguente vasta gamma di sintomi neurologici.

La SM varia da persona a persona

I ricercatori non hanno ancora compreso i meccanismi biologici che portano al danno neuronale della SM, ed è proprio questo che rende difficile trovare dei trattamenti efficaci. A ciò si aggiunge che i meccanismi con cui agisce la malattia possono variare da paziente a paziente, a seconda della combinazione esatta di molteplici fattori (genetici e ambientali) e anche all’interno dello stesso paziente tali meccanismi variano nel corso del tempo.
Già in uno studio del 2012 su cavie, la squadra di Shinohara aveva scoperto che l’interferone-beta funziona inibendo un complesso proteico immunitario gigante chiamato il inflammasome (inflammosoma) NLRP3.

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Dr. Mari Shinohara

L’inflammosoma Nlrp3 è un complesso multiproteico citoplasmatico che viene attivato in risposta a segnali di pericolo extra- ed intracellulari, incluso lo stress ossidativo mitocondriale. Una volta attivato, l’inflammosoma innesca una risposta infiammatoria attraverso l’attivazione caspasi-1-dipendente delle citochine IL-1β ed IL18.

“Sapevamo che la seconda forma aveva bypassato il complesso NLRP3”,
 ha detto la Dottoressa Shinohara. “Quindi la domanda è diventata: che cosa è effettivamente coinvolto in questo processo?”
Nello studio i ricercatori hanno scoperto che due recettori specifici, chiamati CXCR2 e LTBR, sono al centro dello sviluppo della malattia nei topi che non rispondono al trattamento con interferone-beta. Ed hanno scoperto anche che il trattamento dei topi con una molecola che blocca questi recettori ha migliorato i loro sintomi. “Abbiamo riscontrato che, a seconda del tipo di malattia che i topi avevano, noi potevamo scegliere il trattamento più appropriato”, ha spiegato Shinohara.

Dolore, disagio e costo

Per vedere se i recettori CXCR2 e LTBR potrebbero effettivamente svolgere un ruolo nella SM anche sui pazienti SM, il team ha utilizzato i dati raccolti come parte dello studio Murdock-MS in Kannapolis, Carolina del Nord, per confrontare i profili genetici dei pazienti affetti da SM che hanno risposto al trattamento con interferone beta a quelli che non hanno risposto.

“Abbiamo identificato gli individui che non erano sensibili al trattamento con interferone-beta, e guardato i loro livelli di espressione relativa genica dei recettori CXCR2 e LTBR”, ha detto Simon Gregory, professore di medicina e di genetica molecolare e microbiologia presso la Duke University e un co-autore dell’articolo. “Abbiamo constatato che essi sono up-regolati”, nel senso che i pazienti non sensibili all’interferone-beta producevano più recettori, ha detto.

Questi risultati fanno ben sperare i ricercatori che fissare come obiettivi i recettori CXCR2 e LTBR potrebbe rivelarsi un successo nel trattamento dei pazienti con SM. Inoltre essi hanno in programma di valutare se lo screening (controllo) dell’elevata espressione dei geni CXCR2 e LTBR potrebbe aiutare i medici ad identificare in anticipo quali pazienti saranno in grado di trarre beneficio dal trattamento con interferone-beta e quali no.

“Ora gran parte dei pazienti SM devono sopportare tutto il dolore, disagio e il costo del trattamento con interferone-beta, solo per sentirsi dire che non funziona per loro”, ha dichiarato Shinohara. “Quindi è un grosso problema, e sarebbe davvero bello se si potesse dire in anticipo quale trattamento funziona e quale no.”

La National Multiple Sclerosis Society e National Institutes of Health hanno finanziato tale studio.

Fonti:
http://www.futurity.org/multiple-sclerosis-interferon-beta-1289002-2/
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3634535/
http://www.nature.com/neuro/journal/vaop/ncurrent/full/nn.4421.html

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