Cari lettori,
oggi torniamo a parlare di “Arteterapia”, ossia il processo creativo inteso come mezzo per produrre benessere, salute e migliorare la qualità della vita. L’arteterapia include l’insieme delle tecniche e delle metodologie che utilizzano le attività artistiche visuali (ma anche musica, danza, teatro, marionette, costruzione e narrazione di storie e racconti) come mezzi terapeutici, finalizzati al recupero e alla crescita della persona nella sua sfera emotiva, affettiva e relazionale. Per quanto ciò appaia attuale, in realtà quest’attività affonda le proprie radici in tempi molto lontani. La storia delle arti, infatti, si è spesso incrociata con quella della salute mentale. Già nell’antico Egitto e in Grecia i concetti di arte e salute venivano spesso accostati, mentre in tempi più recenti, ma non troppo, durante la rivoluzione industriale, in Inghilterra i soggetti mentalmente disturbati erano spesso accolti in centri appositi in cui si svolgevano attività artistiche e musicali. Ma è nel corso del XX secolo, grazie agli studi di Freud che si arriva a una vera teorizzazione dell’effetto benefico che le arti potrebbero avere su alcuni disturbi mentali. Ma la vera madre di questa disciplina, è Edith Kramer, la quale mise a punto una precisa linea metodologica che pone al centro del processo curativo l’atto della creazione. In questa ottica l’opera d’arte diviene un “contenitore di emozioni” oltre che una espressione dell’inconscio in grado di favorire lo sviluppo di un senso di identità e promuovere una generale maturazione e integrazione dell’individuo. Per approfondire meglio questi concetti l’anno scorso intervistai Dott. Giovanni Castaldi, psicologo e psicoterapeuta, responsabile del Centro Disturbi Psichici di Milano e autore di una serie di articoli sulla psicologia e sull’arte.

Secondo il Dott. Castaldi, l’arteterapia è una tecnica clinica molto utile, l’unica in alcuni casi, che possa “curare” una dimensione patologica psichica grave. Non solo, ma può essere anche funzionale al miglioramento della qualità della vita in pazienti che hanno patologie mediche impegnative, traumatiche o che subiscono operazioni chirurgiche invasive. Fare un disegno, raffigurare cose e persone attraverso i colori, manipolare e dare nuova forma agli oggetti, giocare, sono tutte azioni concrete, che usano materiali toccabili, diversamente dalla parola. Si mettono in campo i processi organizzativi primari della capacità di pensare. 

Oggi torniamo a parlare di arteterapia con Giovanna del Magno, 38 anni, artista, insegnante di educazione artistica da 15 anni e malata di Sclerosi Multipla dal 2011. Per 11 anni Giovanna ha insegnato arte nei licei artistico e scientifico e da 5 anni è entrata in ruolo nelle scuole medie, dove lavora tuttora con amorevole pazienza. Giovanna ha dovuto lottare anche contro un altro male, oltre alla SM, e lo ha fatto sempre con una forza incredibile, forza che lei ha avuto anche grazie alla sua grandissima e accesa passione per l’arte che ha accompagnato tutta la sua vita fin da quando era una bambina. Giovanna ha risposto ad alcune mie domande sul suo rapporto con l’arte e spero che le sue parole possano in qualche modo accendere la vostra creatività, almeno quanto hanno fatto con me. 

Raccontaci di te e della tua malattia. Quanto è importante l’arte nella tua vita? 
Mi chiamo Giovanna, sono nata a Rimini e ho 38 anni. Ho lavorato sempre nel campo dell’arte fin da quando ero bambina. Ho sentito un vero e proprio richiamo nei confronti di questa disciplina quando mio padre mi portò al porto di Cattolica e vidi un gruppo di pescatori intenti nel loro lavoro. Osservare quei visi al sole, così segnati dal tempo, con la pelle profondamente solcata dalle rughe, mi fece pensare che quelle non erano altro che delle opere d’arte viventi. Da quel momento ho iniziato ad amare l’arte; il primo disegno lo realizzai poco dopo, poi il primo tatuaggio, e così via: da allora non abbandonai mai l’arte.

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Ora per me l’arte è tutto: è la mia passione, è il mio lavoro, è ciò che sono, ciò che rappresenta la mia identità di donna e di essere umano. Una volta diagnosticata la Sclerosi Multipla recidivante remittente, nel 2011, ho immediatamente sfogato le mie emozioni nell’arte e ho lottato dal primo giorno, anche grazie alla forza ricevuta da una persona che è stata al mio fianco, una mia cara zia, che ha anch’essa lottato contro un altro male. Attraverso l’arte sono riuscita a liberarmi delle mie preoccupazioni, delle mie angosce, delle mie paure. Al momento della diagnosi realizzavo fino a tre opere al giorno, proprio per liberarmi di quel carico emotivo che portavo dentro. Con l’arte sono riuscita fin dall’inizio a ridimensionare in qualche modo la malattia, sdrammatizzando la non accettazione del dolore e ironizzando sulla mia condizione quasi come a far beffa di una patologia che di tanto in tanto ci lascia fermi, immobili, che ci annebbia le percezioni e ci rende incapaci di godere pienamente dei nostri sensi. L’arte, in particolare, mi aiuta a gestire il dolore che costituisce una grande parte della mia condizione. Il disagio, il dolore, la malattia sono per me fonte di ispirazione e rinnovamento.

Quando è nata la scelta di dedicarti all’arte come lavoro?
Ho iniziato a lavorare come insegnante di educazione artistica nelle scuole superiori dopo aver conseguito un diploma di Laurea all’Accademia delle Belle Arti.
Come insegnante cerco di trasmettere la mia stessa passione. Il momento più difficile per gli studenti del primo anno è quello iniziale, quando si trovano davanti ad un foglio bianco. Si chiedono: “E adesso cosa faccio?”
Per aiutarli a superare il “panico da foglio bianco”, spesso permetto loro di sporcare il foglio, con del tè per esempio, per dimostrare che anche l’errore può essere utile per iniziare un percorso artistico. Ovviamente verso il terzo anno mi aspetto che gli alunni realizzino delle opere senza sbavature, ma all’inizio approvo un approccio di questo tipo, anche per non causare un eccessivo stiramento. Inizialmente preferisco che gli studenti imparino con calma, perché anche se all’inizio si fanno errori o ci si sente insicuri, col tempo la tecnica si può affinare e poi certe opere d’arte nascono proprio dagli errori. Penso ad esempio all’opera di Marcel Duchamp, “Il Grande Vetro” che nasce proprio da un “errore” perché il vetro sul quale Duchamp lavorava, ad un certo punto, si ruppe accidentalmente. L’artista considerò quell’evento come intervento del caso e decise di non porvi alcun rimedio, lasciando il vetro rotto e oggi quella è ritenuta la sua più grande opera. Gli errori, la rottura, come la malattia, non sono cose brutte, ma al contrario esprimono momenti di cambiamento e di evoluzione del nostro io.

Oltre al lavoro di insegnante, poi, continuo a realizzare le mie opere e a curare il mio sito internet www.giovannadelmagno.com dove si possono visualizzare le immagini dei miei lavori che spaziano dalla pittura alla scultura, alla fotografia.

Ho notato che alcune tue opere sembrano ispirate alla tua malattia. In che modo l’arte è “curativa”.
La creatività artistica ha un valore catartico, perché sa innestarsi nel dolore e nella vita di ciascuno di noi aiutando a liberarsi mentalmente dalla condizione patologica.
Personalmente amo molto l’artista messicana Frida Kahlo e la sua rappresentazione passionale del dolore. La Kahlo è una sorta di guru per me, ma c’è anche un’altra pittrice da cui ho tratto una grande ispirazione: Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio Gentileschi, anch’esso pittore, che fu abusata sessualmente da un’amico del padre. Nei suoi dipinti lei rappresentava sempre donne, donne forti e capaci di farsi valere.
L’arte è un modo di essere, un modo di esprimere le proprie tensioni e al fine di esternare la mia malattia ho realizzato diverse opere particolari. Ad esempio, ho eseguito delle tele raffiguranti le mie risonanze magnetiche, e generalmente nelle mie opere rappresento dei corpi nudi scarni, come fossero oggetti o involucri di passaggio per l’anima. L’anno scorso nel mese di Marzo ho realizzato un Cristo, metà verde e metà viola rappresentante il passaggio del corpo e dello spirito. 14937826_985073624954478_1458159497_nAndai a Roma con il gruppo “Il Punto Rosa” che accoglie donne operate di tumore al seno. Io in quel periodo non camminavo molto, in seguito ad una ricaduta ed ero costretta a usare la sedia a rotelle.
Andai con una mia amica, Laura, che mi accompagnò fin dove finiscono gli scalini. Avevo portato il quadro con me accuratamente imballato, e al termine della messa, non potendo avvicinarmi al Papa, lo consegnai alla guardia. All’interno del quadro avevo messo il mio indirizzo e la brochure dell’associazione di cui faccio parte. Dopo una settimana mio padre mi avvertì che era arrivata una busta arancione dal Vaticano indirizzata a me. Al suo interno c’era una lettera di Papa Francesco che mi ringraziava del dono, e un rosario benedetto da lui. Fu veramente gentile.

Ad ogni modo, tutta la mia arte si concentra sullo studio del corpo. Spesso realizzo anche delle maschere di cuoio, come simboli della fragilità dell’uomo, che celano le nostre insicurezze, quella parte più debole del nostro io, che spesso siamo costretti a nascondere agli altri. Le mie maschere, poi, hanno sempre delle lacrime. 

Consiglieresti ai malati di SM di affinare la loro creatività artistica?
Certamente sì. L’arte è accessibile a tutti, a chi convive con una patologia, ma anche a chi non è malato; è accessibile a chi ha studiato, ma anche a chi non ha mai studiato. Infatti, anche un analfabeta può essere in grado di realizzare delle opere d’arte. Partendo dal fatto che tutti abbiamo un senso estetico e un’idea di ciò che ci piace e ciò che non ci piace, tutti siamo in grado di fare arte. L’arte è un momento di libertà di espressione che altrimenti non troverebbe altro modo per essere esternata. Infatti, comprende mille modi diversi, mille tecniche per esprimere un’idea o un’emozione.

Quando realizzo un’opera, che sia un disegno o un dipinto, io parto dal sentimento, da ciò che provo nel momento in cui prendo in mano la tela e il pennello. E’ per me un momento di “esplorazione” del mio io più profondo, e quando dipingo mi piace anche usare il mio corpo. Uso le mani per esempio, che imbratto di colore e così facendo divento un tutt’uno con l’opera che sto realizzando, come se mi proiettassi in essa. L’arte, infatti, non è solo una bella immagine, come una fotografia o un dipinto, ma anche il nostro corpo che cambia nella sua quotidianità, è di fatto un’opera d’arte.

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Secondo te in che modo l’arte può aiutare il malato di SM?
Io consiglio a chiunque di avvicinarsi all’arte e di sviluppare la naturale creatività che abbiamo dentro, ma in particolare l’arte può essere di grande aiuto a chi affronta una patologia come la Sclerosi Multipla. E’ molto facile avvicinarsi all’arte partendo dall’osservazione di essa in tutte le sue forme e apprezzandola per come si manifesta intorno a noi. Fare arte è semplicissimo, è naturale,  non bisogna farla col fine di realizzare un’opera d’arte secondo schemi precisi, ma con il fine di liberare un’emozione: è come trovarsi dentro una stanza vuota e iniziare a colorare tutte le pareti a proprio piacimento e in totale libertà. Le forme, i colori, la tela, sono tutti tasselli di quella che è una valvola di sfogo per l’artista, e lo stesso vale per il paziente e per tutti quelli che vogliono utilizzare l’arte per descrivere un sentimento o un’emozione in modo diretto e passionale.

 

Se volete dare uno sguardo a tutte le opere di Giovanna o chiederle un consiglio visitate il suo bellissimo sito: www.giovannadelmagno.com
Per saperne di più sull’arteterapia: Quando l’arte serve a curare

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