…mi chiamavi “casino bellino”, ti ricordi? Tanto tempo è trascorso dal nostro primo appuntamento. Lo ricordo perfettamente quel giorno. Era il 18 gennaio del 2006. Avevo paura di entrare nel tuo studio. A dire il vero non avevo alcuna idea di quello che stavo facendo, né di come poteva essere il tuo aspetto fisico, ma sapevo che dovevo farlo perché per la prima volta stavo tenendo io stessa in pugno la mia vita con tutti i suoi dolori. Ero io a volerlo e così entrai.
Mi accolse una donna d’aspetto alquanto banale, una normale donna sui 45 anni – credo -, magra, bionda tinta, non particolarmente curata direi – almeno quel giorno -, ruvida nei modi e con diverse rughe sul viso: una donna che sembrava aver sofferto. Beh! Già a quel tempo provavo a capire le persone scrutando nei loro occhi.

Ad ogni modo una donna e non un supereroe. A te avrei messo i miei casini in mano per cercare un po’ di sollievo, non una cura. Lo sapevo fin dall’inizio, ma a qualcuno dovevo pur raccontare ciò che mi era passato per la mente, ciò che tenevo dentro da anni ormai senza trovare una persona “degna” di sentirmi o di leggermi.

Forse – io pensavo – con un’estranea sarebbe stato molto più facile parlare e così quella mattina arrivai nel tuo studio. Chissà cosa avevi pensato quel giorno. Portavo ancora lo smalto nero sulle dita, quel maglione bucherellato nero, sdrucito, un giaccone pesante quasi ad abbracciarmi e i capelli erano ancora lunghi al tempo e molto spettinati, tanto da coprirmi per metà la faccia. Io ho sempre creduto che per te sia stato molto difficile prendermi in analisi, ma poi chissà quante ragazze come me avevi già conosciuto. Di questo ne sono sicura perché, anche oggi, ascoltando i miei pensieri immagino il tuo viso che si rattrista come accadeva ogni tanto, e mi ricordo i tuoi occhi che un po’ si spengono per poi tornare a rimpicciolirsi lasciando spazio a un sorriso più ampio quando salutandomi sulla porta mi dai una pacca sulla schiena per augurarmi un buon proseguimento di vita ed un arrivederci a presto. Poi un giorno questo non è successo. Non è successo perché quel giorno è stato l’ultimo in cui ci siamo viste.

29 agosto 2009, poco prima della mia partenza in Olanda, è finita la mia terapia con te e ancora ho in groppo in gola, se ci penso. Mi sono sentita un po’ abbandonata… come se avessi perso una grandissima amica, o meglio una guida… Tu sei stata il mio riferimento per molto tempo, il mio altro punto di vista delle cose che mi sono accadute in tutto quel lungo tempo. Nei nostri incontri, infatti, mi chiedevo “perché non può essere così?”, “e se sto sbagliando?”: domande che difficilmente mi sono fatta in altre occasioni prima di allora. Nonostante abbia in parte mantenuto il mio solito modo di pensare – tutto o nulla e mai metà delle cose – in quell’ora con te io provavo a cambiare visuale e riflettevo sul mio modo di ragionare: troppo spesso come una bambina impaurita in mezzo al mondo.

Quel 29 agosto scrissi:

“Io vorrei tanto sapere se anche a te è dispiaciuto che tutto questo finisce oggi… Forse per te è stata una liberazione. Io non so se è davvero giusto il motivo per il quale è finita l’analisi e non so nemmeno se riuscirò a farcela. Anzi si io probabilmente ce la farò anche senza di te, ma come io non lo so. Cercherò di fare come anche oggi mi hai detto. Avrò modo in Olanda di pensare. Avrò tanto tempo per studiare, ma anche tanto tempo per ragionare sui problemi che ho cercato di accantonare troppo spesso come sto facendo anche ora, ma che là nella solitudine si riproporranno. Non avrò nessuno con cui parlare in quei momenti, sarò sola in una casa che ancora non conosco, in una città che non ho mai visto, dove i minuti varranno tutti i 60 secondi di cui sono fatti. Là potrò pensare a tutto ciò che mi sono lasciata alle spalle, ai miei genitori, alle amiche perse e a quelle ritrovate, a tutte le anime che ho incontrato e a quelle che ho ferito in qualche modo. Penserò a ciò che ho fatto di male e a ciò che hanno fatto di male gli altri.
Penserò ancora alla malattia, alla tristezza di quei mesi senza felicità, senza immaginazione. Penserò a chi mi è stato vicino e a chi no perchè fino a che la gente ti vede sorridere, sorride a sua volta e richiede la tua compagnia, ma quando sei triste, quando la vita ti riserva qualcosa di spiacevole, le persone intorno a te cambiano e spesso devi sostenerti da solo. Anche questa è un’altra lezione di vita a cui penserò in Olanda. Penserò poi ai miei studi, che, secondo te, avevano un senso comune pur essendo stati sempre così diversi di anno in anno. Tu credi ci sia un legame tra i neandertaliani che studiavo fino a un anno fa e gli esseri unicellulari che studio ora. Credi che questo legame sia il fatto che entrambi costituiscano un mondo particolare a sé stante in cui io mi posso rifugiare per trovare pace dal mondo esterno, un po’ come succede nella scrittura. È vero si, hai ragione.
Studiare o scrivere per me sono attimi di pace.
Quando dopo i mille cattivi pensieri, o dopo l’università, o dopo una visita medica, respiro e penso: “bè ora posso mettermi a scrivere”… Scrivere come andare a riposare, è un bisogno. Come ascoltare una canzone sdraiata sul letto.

Da oggi la mia ora di sollievo con te non ci sarà più, perché – così tu mi hai detto – questa non poteva e non doveva arrivare a costituire un giocattolo o un’ora di trastullo della mente. Bisognava mettere fine (e così si è fatto), perchè ho scelto di partire e andare avanti con le mie gambe senza consigli esterni, senza guida, senza i dottori che ormai conosco da tanto tempo, sola con i miei pochi sostegni: la mia voglia di scrivere e studiare, di avverare qualche desiderio, col pensiero costante della mia famiglia e degli amici. Sola, senza di te, senza quel mio vecchio grande lato oscuro che mi cullava nei momenti tristi”[…]

Oggi ho pensato a te mentre sono riaffiorate certe paure. Mi sono ricordata delle tue parole. E’ incredibile che nonostante il tempo trascorso ancora mi aiuti attraverso i ricordi! Sai, ho sperato di poterti chiamare al mio ritorno e sorridere al telefono dicendoti che in fin dei conti… io ce l’ho fatta.
Però non sono tornata e non ti ho mai chiamata.

 

 

 

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