Cari amici,
Benvenuti ad un nuovo appuntamento della rubrica settimanale Real Stories.
Oggi a raccontarci la sua testimonianza con la malattia è Anna, classe 1980. La sua è ancora una volta una storia di coraggio, determinazione e speranza.
Anna, infatti, ci ricorda che ognuno di noi ha un sogno nel cassetto e forse lo coltiva fin da quando era bambino. Avere un sogno da realizzare è in qualche modo un simbolo che esprime una verità nascosta dentro di noi, un desiderio intimo, a volte custodito gelosamente all’interno dello spazio più segreto di noi stessi, spesso anche sconosciuto, che però può emergere all’improvviso. Se entriamo in contatto intimamente con noi stessi e ci ascoltiamo profondamente, scopriamo all’interno di questo spazio interiore qualcosa di importante che riguarda noi, la nostra vita, ciò che desideriamo profondamente, ma anche ciò che ci fa preferire una direzione piuttosto che un’altra.
La sua storia ci insegna che non dobbiamo mai smettere di sognare, nonostante tutto, nonostante i dolori, la diagnosi, nonostante la malattia.
Buona lettura!

“Ciao, eccomi qui, non so bene da dove iniziare, ma ci provo.
Avevo 21 anni e semplicemente vivevo, avevo un lavoro che mi piaceva tanto anche se non doveva essere il mio lavoro per sempre, avevo altro per la testa.
Lavoravo come cassiera in un supermercato ed ero prima cassa, quindi aprivo e chiudevo il negozio. Facevo molte ore, ma mi stava bene perché mi servivano soldi.
Un giorno chiesi un permesso al mio datore di lavoro, solo un pomeriggio libero, e così fu!
Smisi di lavorare e mi misi in macchina per tornare a casa: quel giorno di ottobre faceva un caldo insopportabile, me lo ricordo ancora.
Fino ad un certo punto di guida fu tutto perfetto, ma poi ad un tratto feci un incidente con la macchina.
Premetto che io non ricordo assolutamente nulla. Arrivai frontale su un muro a secco invadendo la corsia opposta e sbalzai fuori dal parabrezza. Sfortunatamente ero anche senza cintura di sicurezza ed entrai in una specie di “coma”.
Mi svegliai in ospedale la sera successiva. Immaginate come potevo stare: subii vari interventi, cicatrici su gambe, piedi, punti di sutura dappertutto. Testa, labbro, denti in frantumi,  braccia… Ebbi un brutto trauma cranico e ahimè anche convulsioni con vomito.

Fatto sta che da quel giorno la mia vita è cambiata. Non ero più la stessa! Ovviamente con un trauma così, non potevo.
Intorno a dicembre ebbi un disturbo visivo: una sorta di luce nei miei occhi. Era una bruttissima sensazione e mi rivolsi ad un neurologo (sotto consiglio del medico di famiglia), il quale mi disse che ero in uno stato d’ansia e depressione per via dell’incidente, per via del litigio con il mio fidanzato, delle stampelle che portavo a causa dei miei interventi. Insomma, era solo colpa mia. Io nella mia buona fede nei suoi confronti, tornai a casa convinta che era vero e che il problema era dovuto al fatto che fossi depressa.
Iniziai ad assumere cortisone e antidepressivi in grandi quantità, ma io stavo sempre male. Non mi reggevo per niente e l’umore era sempre peggio.
Dopo un anno circa di terapie, decisi di smettere, ero davvero stanca… e così fu! Lasciai tutto, volevo indietro la mia vita!!!
Così trovai un nuovo lavoro, perchè nel frattempo avevo speso i soldi che avevo da parte per il mio sogno a causa degli interventi e visite varie. Il mio sogno era andare a scuola di fotografia. Mi rimboccai le maniche e piano piano una nuova vita iniziò a prendere forma.
Purtroppo dovevo vedermela da sola economicamente perché in famiglia eravamo in 4: tutti figli con propri progetti, ma non mi pesava. Per me era importante studiare per diventare FOTOGRAFA.
Purtroppo non era facile avere una stabilità economica, perché cambiavo spesso tipologia di lavoro. Intanto passarono gli anni e le priorità, ma nel cassetto avevo sempre lo stesso sogno: la fotografia. Un sogno difficile realizzare.

Intanto il mio ragazzo mi propose di sposarlo, ed io ovviamente accettai. Ci sposammo. Iniziai a lavorare in una nota pasticceria del mio paese e mi piaceva davvero quell’impiego, ma la mia mente era sempre altrove. Così finalmente con i miei soldini messi da parte e con l’appoggio di mio marito, finalmente iniziai a frequentare una scuola serale di fotografia.
Non vi dico che felicità: si stava realizzando il mio sogno tanto atteso! La mattina lavoravo fino al primo pomeriggio e la sera studiavo.

Un giorno mentre ero a lavoro riscontrai un nuovo disturbo visivo, ma non capivo cosa potesse essere. Avvertivo un fastidio come se qualcuno mi avesse puntato negli occhi una luce, e non riuscivo a vedere bene.
Nel frattempo peró, tra lo stress del lavoro e del corso di fotografia iniziai ad avere anche qualche altro disturbo: rigidità e dolore agli arti che io continuavo ad associare alla stanchezza del momento. Intanto vedevo sempre meno.
Quella sera mi coricai nel buio più totale, speranzosa che al risveglio sarebbe sparito il disturbo, ma niente, era anche peggio di prima!
Con mio marito mi recai in ospedale. Arrivati lì, mi sentii come un topo in gabbia. Feci esami, prelievi, risonanze e rachicentesi (due volte), senza capire cosa stesse succedendo. Intanto i medici mi chiesero se in passato avessi avuto questo disturbo ed io risposi prontamente SI.
I dottori, dunque, chiesero di vedere la mia cartella clinica che mio marito andò a prendere e portò all’ospedale. Io continuavo ad avere il disturbo e nessuno mi dava delle spiegazioni. Ero arrabbiata con me stessa. Nella mia mente c’era solo un pensiero: avevo il corso, lo stavo perdendo, era un opportunità per me, ma niente. Mi stava sfuggendo di mano tutto!!! Finalmente arrivò un chiarimento: SOSPETTA MALATTIA DEMIELINIZZANTE . Bene! Ma cosa è?
Il medico mi disse semplicemente: “Non si preoccupi Signora, con le terapie attuali non si finisce sulla sedia a rotelle.” Potete immaginare come potevo stare. Non capivo nulla di malattie autoimmuni. Non sapevo neanche della loro esistenza.
Da quel giorno il mio mondo crollò: addio foto, addio famiglia, addio tutto.
Ero esasperata!

Mi chiusi in me stessa. Ero demotivata. Avevo vicino la mia famiglia e mio marito, ma io volevo realizzare i miei sogni, avevo fatto molti sacrifici per questo corso per una mia realizzazione professionale e invece niente. Era stato gettato tutto nel fango.
Dopo 40 giorni arrivò la diagnosi. Ci chiamarono dall’ospedale e subito andammo. “Bene signora, lei ha la sclerosi multipla recidiva remittente. Bisogna iniziare la terapia.”
Io nel frattempo mi ero documentata per sapere esatamente cosa fossero le malattie autoimmuni. A quel tempo non avevo Internet e andavo in biblioteca. Chiedevo spesso informazioni al mio medico di famiglia, ma mai potevo sospettare che la sclerosi multipla sarebbe stata la mia compagna di vita.
Iniziai la terapia e intanto ormai il mio sogno era chiuso nel cassetto, con la chiave. Chiave lasciata non so dove. Persa.
Come era persa la voglia di vivere e di affrontare la quotidianità.
Provai diverse terapie, ma non andavano bene. Avevo sempre delle ricadute e dei peggioramenti. Ma siccome passavano gli anni, giustamente volevamo allargare la famiglia, il desiderio c’era e tanto. Purtroppo, con le sfortune del momento, la prima gravidanza finì male. Dopo un certo periodo di tempo ritentammo e potete immaginare lo stress per via del monitoraggio e delle visite varie. Finalmente lagravidanza arrivò.
Ero legata quasi sempre al letto e in più durante la gestazione ebbi una neurite ottica. Nonostante tutto la mia voglia di diventare madre era così forte che la sclerosi non poteva abbattermi, anche in questo mio momento di maternità. Assolutamente no.
Alla fine ho vinto io, abbiamo vinto noi. Io e il mio AMORE più grande, mio figlio Emanuele.

Gli anni passarono e il mio pensiero va sempre a quel maledetto giorno: il giorno dell’incidente stradale.
I medici non accettano che possa essere stato il trauma a determinare la mia malattia, ma per me così è stato.
Stavo benissimo prima di quel pomeriggio… E ad ogni modo pazienza, la mia vita ora è così: imprevedibile…
Ora mi guardo intorno e dico: “è vero non ho realizzato il mio sogno, ma ho realizzato insieme a mio marito una famiglia, e questo mi fa essere grata alla vita.”
Comunque, sapete il mio sogno nel cassetto, anzi la chiave del cassetto l’ho ritrovata, in qualche modo: ora la fotografia è il mio hobby.
É vero, non è gratificante economicamente, perchè non ho entrate, ma almeno mi è ritornata la voglia di affrontare la vita.”

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Foto di Anna

La storia di Anna è stata pubblicata su Vivibene.org nella rubrica Real Stories lunedì 15/08. Potete seguire altre storie vere direttamente sulla rubrica vivibene.org/category/rubriche/real-stories/

Continuate a seguire la mia pagina facebook dedicata alla salute e alla Sclerosi Multipla: http://www.facebook.com/flipout4ms.01 e scrivetemi le vostre storie per farci conoscere!

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