Sono numerosi i luoghi in cui la vita pare essersi fermata per sempre: sono questi i luoghi capaci di affascinare per decenni, caratterizzati da una eterea bellezza decadente, incorniciati dalle insolitamente fitte fronde di betulle che smuovono l’aria, densa e surreale.
Dal senso del mistero suggerito da una villa deserta, all’inquietudine trasmessa da un parco giochi abbandonato, distrutto e in disuso, passando per quei luoghi che sembrano essere senza tempo: oggi vi voglio parlare di un luogo in Italia, in Toscana per l’esattezza, che spero di visitare presto, un luogo di cui si parla tanto e di cui si trova tanto materiale bibliografico.
In bilico tra l’attrazione e la paura, eccovi la storia del Manicomio di Volterra

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Foto di MARCONIKON3100 (All Rights reserved)

L’ex Manicomio di Volterra ha avuto molti nomi: Ospizio di Mendicità (1884); Asilo dei Dementi (1888); Frenocomio di San Girolamo (1902); Ospedale Psichiatrico di Volterra (1934), Consorzio Interprovinciale dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra (1963).
Nacque nel lontano 1884 in seguito all’istituzione di un ospizio di mendicità per i poveri. Nel 1896 l’ingegner Filippo Allegri ebbe l’incarico dall’allora presidente Cav. Aurelio Caioli di predisporre il progetto per un vero e proprio manicomio. Nell’aprile del 1900 la Congregazione di carità decise di affidare l’incarico di psichiatra presso l’Asilo dementi a Luigi Scabia, che fu in seguito nominato Direttore dell’Asilo Dementi di Volterra.

 

Scabia cercò subito di stipulare nuove convenzioni ed avviò trattative con la provincia di Porto Maurizio (oggi Imperia) per trasferire i malati di questa provincia dal manicomio di Como dove erano custoditi, a quello di Volterra; e nel 1902 i malati furono trasferiti da Como a Volterra con un treno speciale. Nel 1931 i malati provenivano dalle province di Pisa, Livorno, La Spezia, Savona, Imperia, Viterbo, Nuoro, Rieti e Roma. Le presenze medie giornaliere passarono dalle 150 del 1900 al loro massimo di 4.794 nel 1939. L’aumento dei ricoverati rese necessaria la costruzione di nuovi padiglioni per accoglierli.
I padiglioni venivano battezzati con i nomi dei più celebri studiosi del tempo e ancora oggi sono conosciuti con questi nomi: il padiglione Kraepelin, il padiglione Krafft-Ebing successivamente intitolato a Luigi Scabia; dal 1926 al 1935 vennero portati a termine i padiglioni Charcot e Ferri per i pazienti “semi agitati e agitati”. Il padiglione Ferri era il famigerato reparto criminale dove venivano ospitati i pazienti pericolosi o presunti tali.

Scabia andò in pensione nel 1934 e morì poco dopo, decise di farsi seppellire nel cimitero dei pazzi insieme ai cadaveri non reclamati dalle famiglie. Seguirono gli anni difficili della guerra e il crollo del numero dei ricoverati. Nell’immediato dopoguerra si susseguirono Amministrazioni straordinarie caratterizzate da problemi di gestione. Nel 1948 ci fu la creazione di una sezione destinata alla rieducazione dei minorenni con indirizzo medico-psicopedagogico. A tale scopo vennero utilizzati i padiglioni Bianchi e Chiarugi, gli ultimi costruiti (tra il 1936 e il 1937). La direzione venne affidata ad un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia.

La vita del manicomio non era certo così semplice come sappiamo, gli ammalati venivano spesso sedati e messi in vasche piene di ghiaccio o in isolamento e le camere avevano spesse inferiate simili a quelle delle carceri.
All’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra, infatti, fino al 1963 veniva applicata la legge n. 36 del 1904, strutturando così un rigido custodialismo all’interno dell’Ospedale. Questo accadeva anche sotto la direzione di Scabia, nonostante le pratiche del “no-restrainct” e dell'”ergoterapia”. Si rafforzarono sempre più il regime poliziesco e il verticismo organizzativo: “la struttura sanitaria e assistenziale era di tipo gerarchico, piramidale dove ognuno era responsabile delle proprie azioni solo nei confronti delle persone da cui dipendeva direttamente. Era il primario che distribuiva gli ordini a tutto lo staff: gli infermieri eseguivano gli ordini e i pazienti li subivano. Non c’era nessun tipo di rapporto tra lo staff tecnico e i pazienti che venivano strumentalizzati. Il clima era carcerario”.
Gli infermieri venivano chiamati “guardie” o “superiori”, le finestre dei reparti erano protette da sbarre che di notte venivano chiuse a chiave. Le lettere che i pazienti scrivevano ai familiari non venivano mai consegnate alle famiglie, ma semplicemente raccolte all’interno delle cartelle cliniche.

Dal regolamento interno: “Gli infermieri non devono tenere relazioni con le famiglie dei malati, darne notizie, portar fuori senz’ordine lettere, oggetti, ambasciate, saluti; né possono recare agli ammalati alcuna notizia dal di fuori, né oggetti, né stampe, né scritti…”. 10% di deceduti per percosse magnetico-catodiche; 40% per malattie trasmesse; 50% per odio, mancanza di amore e affetto.

Dal 1963 si iniziarono i passi verso una riforma per arrestare il rigido regime che si era instaurato. Le necessità erano quelle di sensibilizzare il personale e stabilire delle regole di vita dei pazienti decise in modo comunitario in base alle singole situazioni. Nel 1977 all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra erano ancora ricoverati 630 degenti.
Nel 1978, con l’entrata in vigore della legge n.180, il manicomio venne chiuso ed oggi è in completo stato di abbandono.

Nel 1978 venne pubblicato il libro “Corrispondenza negata”, epistolario contenente tutte le lettere originali ed integrali scritte dai ricoverati e mai spedite alle famiglie. Molti erano i pazienti al suo interno con una storia assai bizzarra. Il più famoso tra tutti è sicuramente Oreste Nannetti, meglio noto con lo pseudonimo di N.O.F.4, nato a Roma il 31 dicembre 1927 e morto a Volterra il 24 novembre 1994.

NOF4_da_giovane
Oreste Nannetti, NOF4, da giovane

La vita toccata in sorte a Oreste Ferdinando Nannetti fu molto dolorosa: nato a Roma la notte di capodanno del 1927, figlio di Concetta Nannetti e padre ignoto, divenne presto chiaro che non era un bambino come gli altri. Questo significava, all’epoca, una sola destinazione: il manicomio. Oreste vi entrò per la prima volta a 10 anni, dopo essere stato affidato per tre anni a un istituto di carità. Nel 1948 subì un processo per oltraggio a pubblico ufficiale, ma il giudice lo reputò innocente in quanto incapace di intendere e volere (“vizio totale di mente“); passò poi una decina d’anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà prima di essere definitivamente trasferito a Volterra. Al manicomio di Volterra Oreste arrivò nel momento peggiore, quando nella struttura vigeva un regime carcerario, con tanto di sbarre chiuse a chiave alle finestre e l’ordine di chiamare gli infermieri “guardie”.
Poi le cose cominciarono a cambiare lentamente dopo il 1963, ma il clima poliziesco perdurò fino all’abbandono dell’ospedale nel 1979 in seguito alla Legge Basaglia. Nel 1973 Nannetti fu dimesso e trasferito all’Istituto Bianchi. Morì a Volterra nel 1994, e a riguardarla adesso, la vita di Nannetti sembra una storia di negazione, la vita di un povero figlio indesiderato, da dimenticare, da cancellare.
Ma Oreste Ferdinando Nannetti, nonostante la sua fosse una vita da dimenticare, ha lasciato una traccia indimenticabile del suo passaggio, incidendola per sempre, scrivendo e graffiando sul muro un’opera d’arte che resterà lì per sempre.

Negli anni di internamento a Volterra, Nannetti incise il suo grande capolavoro: un mastodontico e immenso “libro graffito” sul muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, il graffito venne realizzato utilizzando la fibbia del panciotto (che tutti i ricoverati indossavano) per incidere l’intonaco. In seguito Nannetti si mise a “scrivere” in questo modo anche sul passamano in cemento di una scala, aggiungendo altri 106 metri per 20 centimetri alla sua opera. La sua produzione conta più di 1.600 altri scritti e disegni su carta, incluse diverse cartoline: queste cartoline, mai spedite e indirizzate a parenti immaginari, sono un altro tentativo di vincere le voragini di un’impensabile solitudine.
Attraverso i suoi scritti e graffiti Nannetti scrisse la sua vera storia, la sua vera realtà.
In questa dimensione, Oreste non era Oreste, bensì un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale, santo della cellula fotoelettrica, e si presentava con i nomi di Nanof, Nof, e soprattutto NOF4. La sigla stava a significare “Nannetti Oreste Ferdinando”, “Nucleare Orientale Francese”, oppure “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il “4” era il numero di matricola che gli era stato attribuito all’entrata nell’ospedale. Quante moltitudini può possedere al suo interno un uomo che si autodefinisce “Nazioni”?
Il lavoro “minerario” di NOF4 era un continuo studiare e scavare nella realtà, e il suo graffito si propone come “chiave mineraria” per accedere alle insondate profondità della psiche. In esso egli scrive che “il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico; sono materie viventi le immagini che hanno una temperatura, e muoiono anche due volte“.

Ciò ci riporta ancora una volta all’importanza della scrittura e a ciò che affermava Roland Barthes, tra le sue dieci ragioni per scrivere: “perché la scrittura decentra la parola, l’individuo, la persona; compie un lavoro la cui origine è indiscernibile; mette in opera un «dono», soddisfa un’attività distintiva, opera una differenza; per essere riconosciuto, gratificato, amato, contestato, constatato; produce sensi nuovi, ossia forze nuove, per impadronirsi delle cose in modo nuovo, scuote e cambia l’asservimento dei sensi“.

Il manicomio disponeva anche di un proprio cimitero (i ricoverati non potevano essere sepolti insieme ai civili), anch’esso completamente abbandonato ed in stato di degrado.
Completamente lasciati a sè stessi nella vita e anche nella morte, date le condizioni in cui versa il cimitero, e a cui non è stata concessa nemmeno una degna sepoltura. Sembra che l’oblio a cui erano state condannate queste persone in vita le abbia seguite anche nella morte.

E poi ci sono tanti gruppi di persone che si recano presso la struttura dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra per effettuare eventuali rilievi e rilevazioni nel campo del paranormale, attratti da quello stato di degrado tra il misterioso e l’oscuro tipico degli edifici che hanno ospitato e assorbito terrori e misteri.
Così cercando tra coloro i quali avrebbero assistito alla presunta apparizione di fantasmi a Volterra, mi sono imbattuta in un video su youtube risalente a Settembre 2015 e postato da Monitor Vanzina dal titolo “Ho ripreso un fantasma al manicomio di Volterra” e pubblicato in questa pagina: https://www.youtube.com/watch?v=xov3PLfS72E.

Il titolo lascia presagire si tratti dell’ennesima bufala “paranormale”; tuttavia, il video sarebbe stato analizzato a fondo da un team di tecnici lavorando sui canali, schiarendo il contenuto e poi rallentando i frames. L’esito parrebbe davvero eccezionale: da dietro una finestra senza vetri, si nota una figura antropomorfa che prima si affaccia e poi si nasconde. Vi lascio il link dell’analisi al video:
http://www.laltrapagina.it/mag/fantasmi_prova_esistenza_volterra_pisa/

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La figura antropomorfa evidenziata nel video

Fantasmi o no, l’ex manicomio di Volterra è la muta testimonianza dell’inferno che gli internati vivevano ogni giorno tra quelle mura, della paura che molti provavano nel mostrare i sintomi della depressione o più semplicemente a esprimere le proprie idee politiche o morali. Nell’ex manicomio di Volterra, infatti, spesso ci finivano persone semplicemente disadattate o con sindromi che non venivano curate, come la Trisomia 21 (sindrome di Down) o gli autistici. Un inferno che non va dimenticato.

Oggi il padiglione Ferri del reparto criminale sta letteralmente cadendo a pezzi, come del resto tutto l’edificio, che ha ormai un affascinante sapore gotico. E a leggere nei vari scritti degli avventurosi che a Volterra ci sono stati, l’emozione che si prova ad arrivare nella struttura, dopo avere attraversato un fitto bosco, è indescrivibile. La natura, infatti, lentamente sta riprendendo gli spazi rubati dal cemento, inglobando l’edificio in una fitta vegetazione. Anche le scale e i viali tra i padiglioni sono pressoché invisibili e quasi interamente coperte di terra e radici. Presto, dunque, di quel terribile passato resterà soltanto l’eco di un sinistro ricordo, che forse riecheggerà per sempre nelle colline di Volterra.

https://www.nikonschool.it/sguardi/76/nicola-gronchi.php
http://toscanaparanormale.blogspot.co.uk/
http://www.angelomarotta.com/oreste-fernando-nannetti/

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