Cari lettori,

a Ottobre 2015 una notizia su attivo.it, poi pubblicata su tutti i principali giornali e su vari magazines online, aveva particolarmente attirato la mia attenzione: Sclerosi Multipla, addio: arriva il farmaco miracoloso. Ho voluto attendere i risultati delle ricerche che sono stati pubblicati tra la seconda metà del 2015 e marzo 2016 e mi sono documentata a lungo anche attraverso siti internazionali, prima di presentarvi questo articolo.

Il farmaco miracoloso in questione si chiama Ocrelizumab, un anticorpo monoclonale umanizzato progettato per colpire in maniera selettiva i ‘linfociti B positivi a CD20’ (linfociti B CD20+), specifiche cellule immunitarie considerate tra le principali responsabili dei danni nervosi che determinano le gravi disabilità associate alla sclerosi multipla, sviluppato da La Roche Ltd per il trattamento della sclerosi multipla primariamente progressiva. Il lancio del farmaco venne annunciato nell’estate 2015 e nel corso del congresso del Comitato Europeo per la Terapia e la Ricerca sulla Sclerosi Multipla (ECTRIMS), svoltosi a Barcellona tra il 7 e il 10 Ottobre 2015, sono stati presentati gli attesi risultati di tre studi clinici multicentrici internazionali di Fase III che hanno valutato l’efficacia di ocrelizumab, su un totale di 2400 persone con sclerosi multipla (SM) recidivante-remittente e primariamente progressiva (SMPP). Il farmaco si è dimostrato efficace non solo nelle forme a ricadute e remissione, ma anche nella SMPP.

Attraverso i risultati discussi a Ottobre 2015 emerge che la terapia continua a dimostrare benefici superiori rispetto ai comparatori, sia sull’attività che sulla progressione della malattia questo perché l’anticorpo monoclonale umanizzato colpisce selettivamente proprio una delle popolazioni di cellule che distruggono la mielina, i linfociti B, legandosi alle proteine CD20+, espresse sulla loro superfice. Con ocrelizumab si evitano i tipici problemi di sicurezza dei farmaci immunosoppressivi, perché il farmaco non reca alcun danno né alle cellule staminali né alle plasmacellule. “Ocrelizumab risparmia le cellule T, libere quindi di continuare a svolgere la propria funzione immunitaria difensiva” ha detto nel corso della presentazione del farmaco svoltosi durante il congresso ECTRIMS, Stephen Hauser, Presidente del comitato direttivo scientifico degli studi OPERA e presidente del dipartimento di neurologia della School of medicine della UCSF a di San Francisco.

OPERA I e OPERA II sono due studi identici, randomizzati e in doppio cieco, condotti su scala mondiale per valutare l’efficacia e la sicurezza di ocrelizumab (600 mg somministrati per infusione endovenosa ogni 6 mesi) rispetto a interferone beta-1a, in un totale di 1.656 pazienti con forme recidivanti di sclerosi multipla (SM-RR o SM secondariamente progressiva con recidive).

Questi due studi hanno mostrato che nella forma recidivante, che costituisce l’85% dei casi alla diagnosi, su due anni di terapia il farmaco è più efficace del trattamento consolidato con interferone. Nel dettaglio, rispetto all’interferone beta-1a, si è vista una riduzione del tasso di recidive di quasi il 50%, una riduzione della progressione della disabilità confermata di circa il 40% a 12 e a 24 settimane e una drammatica riduzione (94%) dell’infiammazione e del numero di lesioni cerebrali nuove o preesistenti.

Il Prof. Giancarlo Comi, Ordinario di Neurologia dell’Università “Vita-Salute San Raffaele” e Direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale, non ha usato mezzi termini per definire l’effetto dimostrato da ocrelizumab.
“Non dimentichiamo che questi sono i risultati rispetto al farmaco in uso e non al placebo” ha commentato il professor Giancarlo Comi, Direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale (INSPE) dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e membro onorario di ECTRIMS e del progetto Progressive MS Alliance (Alleanza per la Sclerosi Multipla Progressiva).
Il farmaco ha dato risultati di efficacia e di sicurezza sorprendenti anche contro la forma primariamente progressiva, una forma invalidante della malattia con sintomi in continuo peggioramento che colpisce una persona su dieci e per la quale non esistevano trattamenti. Lo studio di fase III, ORATORIO, è uno terzo studio, anch’esso randomizzato e in doppio cieco, progettato per indagare l’efficacia e la sicurezza di ocrelizumab (600 mg somministrati per infusione endovenosa ogni 6 mesi, con 2 infusioni da 300 mg a 2 settimane di distanza l’una dall’altra) rispetto a placebo, in 732 pazienti affetti da SM primariamente progressiva (SM-PP). in doppio cieco, ha valutato l’efficacia di ocrelizumab rispetto al placebo in 732 pazienti.

Successivamente, La Roche Ltd ha finanziato ulteriori indagini sul farmaco sperimentale ed una nuova serie di dati ottenuti da tre studi clinici di Fase III sono stati illustrati in occasione del 68° convegno annuale dell’American Academy of Neurology (AAN), a Vancouver (Canada) dal 15 al 21 aprile scorso. Questi ultimi hanno evidenziato la superiore efficacia di ocrelizumab in confronto ad interferone beta-1a nella sclerosi multipla recidivante-remittente (SM-RR), e rispetto a placebo nella sclerosi multipla primariamente progressiva (SM-PP).
Inoltre, durante una sessione plenaria che ha avuto luogo mercoledì 20 aprile, sono stati presentati i risultati relativi a un nuovo endpoint, il cosiddetto NEDA, emersi dagli studi di Fase III sulla SM-RR. Il NEDA (No Evidence of Disease Activity, ovvero ‘nessuna evidenza di attività di malattia’) è basato su fondamentali parametri di attività della patologia e serve a valutare il livello di controllo della stessa. Esattamente, si ritiene che un paziente abbia raggiunto il NEDA quando non presenti nessuna ricaduta, né progressione della disabilità, né lesioni nuove o aumentate di volume (misurate mediante esami di risonanza magnetica) nel corso di un determinato intervallo di tempo, ad esempio un periodo di 2 anni di sperimentazione clinica. Nello scorso mese di febbraio, la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha riconosciuto ad ocrelizumab la designazione di ‘terapia fortemente innovativa’ (Breakthrough Therapy) per il trattamento di pazienti affetti da SM primariamente progressiva.

I dati presentati durante il meeting dell’AAN sono relativi al programma di sviluppo di Fase III di ocrelizumab (ORCHESTRA), che comprende tre importanti sperimentazioni cliniche: OPERA I, OPERA II e ORATORIO. Essi hanno dimostrato che ocrelizumab riduce significativamente la progressione della disabilità e il danno del tessuto cerebrale sia nella forma recidivante-remittente, sia nella forma primariamente progressiva della sclerosi multipla”, come ha dichiarato Sandra Horning, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. “Le analisi, oltre a dimostrare che ocrelizumab agisce su parametri essenziali che riguardano l’attività della malattia, forniscono dettagli più approfonditi sull’effetto clinico del farmaco nelle persone affette da SM”.
La nuova analisi ha mostrato che il NEDA complessivo è stato del 48% per ocrelizumab nei due studi (Opera I e Opera II) rispetto al 29% per l’interferone β-1a in Opera I e del 25% per l’interferone β-1a in Opera II. “C’è stato un incremento relativo del 64% al 89% nel prevenire l’attività di malattia con questa nuova terapia”, ha detto Anthony Traboulsee, MD, professore associato alla Facoltà di Medicina, University of British Columbia, Vancouver, e Presidente alla Ricerca della MS Society of Canada. Dr Traboulsee ha presentato i risultati dello studio finanziato da La Roche Ltd durante il meeting dell’American Academy of Neurology (AAN).
Attraverso il monitoraggio dei pazienti tramite MRI (risonanza magnetica), i ricercatori hanno potuto tracciare l’attività della malattia.

“Il rapporto è di circa 10 nuove lesioni visualizzate nella MRI per ogni eventuale ricaduta clinica del paziente”, ha osservato il dottor Traboulsee.
Inoltre, i ricercatori hanno acquisito le immagini di risonanza pesate in T2, e cioè in grado di mostrare sia le vecchie lesioni che le nuove con una maggiore risoluzione.

“Pensiamo che questo farmaco stia andando alla radice del problema, che sarebbe distruggere la cellule B”, ha detto il Dottor Traboulsee nella rivista Medscape Medical News.

Durante la sua presentazione, il Dottor Traboulsee ha definito i risultati “molto impressionanti” sia per OPERA I  che  per OPERA II. Ad esempio, per OPERA I, la percentuale di pazienti che assumevano ocrelizumab che non hanno avuto ricadute durante le 96 settimane dello studio, era 81% rispetto al 68% per quelli trattati con interferone. La proporzione di pazienti senza progressione della disabilità è stata del 91% contro 84%.
Per quanto riguarda la risonanza magnetica, il 95% dei pazienti trattati con ocrelizumab non aveva alcuna evidenza di lesioni T1 Gd contro il 73% dei pazienti trattati con interferone.
E il 62% dei pazienti nel gruppo ocrelizumab non ha mostrato nuove lesioni T2 rispetto al 39% nel gruppo interferone. Quindi combinando questi dati, il NEDA netto è del 48% per ocrelizumab rispetto al 29% per l’interferone.

Risultati definiti “meravigliosi”. Con entrambi gli studi, “otteniamo una meravigliosa coerenza dei risultati rispetto al gruppo interferone β”, ha detto il Dottor Traboulsee.

Ocrelizumab si è dimostrato molto efficace anche nei pazienti con SM-PP. Attraverso la sperimentazione clinica ORATORIO è stato appurato che  il farmaco ha ridotto significativamente la progressione della disabilità clinica per almeno 12 settimane.

“È un momento storico nella lotta contro la sclerosi multipla, siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione copernicana”.” Con queste parole il professor Giancarlo Comi aveva definito i risultati degli studi sperimentali di Ocrelizumab, già in occasione del 31esimo Congresso del Comitato Europeo per la Terapia e la Ricerca sulla Sclerosi Multipla (ECTRIMS), tenutosi a Barcellona nell’Ottobre 2015.

Nessuno parla di effetti collaterali. Se cercate su Google “ocrelizumab effetti collaterali” non troverete praticamente nulla (sia in italiano che in inglese!). Però una cosa l’ho trovata: questo miracoloso farmaco era già stato sottoposto ad attente ricerche nella cura per l’artrite reumatoide. Tali ricerche sono state interrotte nel 2010 e la decisione di interrompere definitivamente lo sviluppo clinico nell’artrite reumatoide è stata presa da La Roche Ltd e Biogen dopo che un comitato di esperti chiamato  a valutare la sicurezza del farmaco, ha stabilito che i rischi nei pazienti con artrite reumatoide superavano i possibili vantaggi clinici. Tale giudizio è stato espresso dopo aver verificato segnali di scarsa safety, tra cui un aumento di infezioni opportunistiche alcune delle quali ad esito fatale.
Gli esperti valutarono quattro studi di fase III condotti nell’artrite reumatoide (SCRIPT, FEATURE, FILM e STAGE).
Le ultime analisi hanno incluso i dati disponibili sulla sicurezza ed efficacia raccolti dallo studio di fase III SCRIPT nei pazienti con precedente risposta inadeguata agli inibitori del TNF e dati sulla sicurezza raccolti dallo studio di fase III FILM in pazienti mai trattati con metotressato (MTX). In precedenza, il “miracoloso” farmaco era stato testato per la cura del lupus, ed anche in quel caso lo studio venne presto interrotto.

Intanto vediamo cosa sono i linfociti B. Essi sono preposti alla produzione di anticorpi che, “intercettando” le cellule “nemiche” le fanno diventare il bersaglio da distruggere per liberare il corpo dall’infezione. Insomma, come si evince, è necessario che queste cellule siano ben presenti nel nostro corpo, perché senza di loro il sistema immunitario si trova sprovvisto di “armi”. Ma sappiamo che le malattie autoimmunitarie sono quelle provocate e alimentate da un alterato funzionamento del sistema immunitario, che attacca, con le sue cellule e gli anticorpi, molecole e strutture dell’organismo, anche se può sembrare impossibile che un organismo sviluppi un meccanismo che gli provoca danni. Nella ricerca per la SM, avere analizzato i linfociti B ha permesso di capire quando questi entrano in contatto con le cellule sane e come avviene il contagio: gli anticorpi che sono stati trovati nel liquido dei neuroni, erano anticorpi che sono stati prodotti dal linfocita, ma avevano gia’ contagiato le cellule nervose. ’L’anticorpo monoclonale umanizzato (ocrelizumab) colpisce selettivamente proprio una delle popolazioni di cellule che distruggono la mielina, i linfociti B appunto, legandosi alle proteine CD20+, espresse sulla loro superfice. Con ocrelizumab si evitano i tipici problemi di sicurezza dei farmaci immunosoppressivi. Del resto, Stephen Hauser, Presidente del comitato direttivo scientifico degli studi OPERA e presidente del dipartimento di neurologia della School of medicine della UCSF a di San Francisco, disse: “Ocrelizumab risparmia le cellule T, libere quindi di continuare a svolgere la propria funzione immunitaria difensiva”.

Io sono convita che se il sistema immunitario inizia a lavorare male e danneggia l’organismo sarebbe di primaria importanza cercare di capire il motivo di questo mal funzionamento e magari provare a correggerlo prima di danneggiarlo ancora di più sopprimendolo parzialmente o totalmente eliminando parti dello stesso.
E’ chiaro che questo tipo di approccio porterebbe alla fine o alla riduzione delle laute vendite di farmaci costosi e a volte inutili del momento.
Non credo che le compagnie farmaceutiche stiano tramando diabolici piani alle nostre spalle, ma devo ammettere che dopo settimane di lettura di articoli vari su questo farmaco, ho ancora molti dubbi.
Credo fortemente che l’approccio di questa ricerca sia fondamentalmente errato: produrre cecchini molecolari che decimano dli agenti del sistema immunitario è veramente l’unica strategia?

Fonti:

http://www.tantasalute.it/articolo/i-linfociti-b-e-la-sclerosi-multipla/2277/

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