Era il 1992, quando mi trasferii in Scozia a Edimburgo, dove trovai lavoro in un’agenzia di collocamento della zona. Un impiego ben pagato, ma che mi portava via tanto tempo. Prima di trasferirmi, vivevo col mio compagno nella caotica Londra, dove entrambi studiavamo. Quella, però, non sembrava la città adatta a me ed anche se a lui piaceva, ce ne andammo non appena terminati gli studi.
Amavo Edimburgo con la sua anima gotica, i suoi antichi palazzi, i lugubri cimiteri, gli anfratti nascosti, i vicoli stretti e poco illuminati e le strade acciottolate, umide e perennemente scivolose, che di notte con quella nebbia leggera sembrano uscite direttamente dal romanzo Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde di Louis Stevenson. Era una città persa nel tempo che mi faceva immaginare antiche carrozze trainate da bellissimi cavalli ogni volta che percorrevo la strada di ritorno verso casa.
Dopo un anno di duro impegno, la compagnia per cui lavoravo, in forte crescita, decise di darmi una promozione: mi sarei dovuta occupare di grossi clienti stranieri. Naturalmente avrei ricevuto una percentuale per ogni nuovo contratto stipulato. Accettai senza pensarci due volte e anche Matt, così si chiamava il mio compagno, ne fu felice. Al tempo abitavamo nei pressi della stazione ferroviaria, in una palazzina degli anni ’60, in un piccolo appartamento in affitto, arredato molto semplicemente: una camera da letto, un angolo cottura che si apriva su un balconcino che affacciava sulla stazione, un bagno veramente minuscolo e una seconda stanza che io usavo come studio, con una sola grande poltrona in similpelle nera, che io e Matt condividevamo, e una piccola scrivania di legno scuro sempre ricoperta di libri e documenti. Quella era sicuramente la mia stanza preferita: illuminata dalla sola luce soffusa di una lampada a muro che rendeva l’ambiente caldo, intrigante e accogliente.
Quando decidemmo di comprare casa insieme non avevamo alcuna idea di cosa acquistare; l’unica esigenza era legata allo spazio per i libri e al mio studio, che al momento era troppo piccolo. Per il resto andava bene tutto. Io e Matt eravamo una coppia particolare, certamente diversa dalle tradizionali coppie moderne: abituati a vederci poco, il tempo che trascorrevamo insieme era molto ridotto. Condividevamo talmente tanto che non c’era quasi più bisogno di parlare e a pensarci bene più che due amanti sembravamo due amici. Ci conoscevamo da tanto, troppo tempo. Lui sognava di diventare un pilota di voli commerciali ed alla fine ci riuscì e dopo un lungo training all’Accademia di Londra, fu assunto da una piccola compagnia di jet charter privati che operava all’aeroporto di Edimburgo. E anche se il tempo per stare insieme era poco, finalmente potevamo permetterci una casa tutta nostra, che sarebbe stata la nostra piccola reggia. Così quando eravamo entrambi liberi, andavamo alla ricerca di una zona che ci piacesse. Percorremmo a piedi più volte tutta la città e visitammo anche i paesi limitrofi, ma non trovavamo niente che soddisfacesse le nostre esigenze. E anche se a Edimburgo piove sempre, noi facevamo chilometri sotto la pioggia osservando attentamente le abitazioni, i giardini, le persone… alla ricerca di quella che sarebbe diventata la nostra dimora. Una sera più luminosa del solito e con il cielo stranamente libero da nuvole, notammo una vecchia casa diroccata, quasi completamente ricoperta di edera rampicante ormai secca, che cadeva dai tetti spioventi sulle pareti grigie e disastrate. Le finestre, chiuse con gli scuri in legno cadenti e logorati dal tempo, cigolavano per il vento emettendo un sibilo sinistro. Ne fui attratta immediatamente. Poi notai dietro un grosso platano un cartello di legno scuro impiantato nel terreno dipinto di bianco con un bordo rosso che diceva: “For Sale”. Fui pervasa da uno strano brivido e stetti lì a fissarlo per qualche interminabile secondo. Poi mi venne un’idea. Matt si girò, mi guardò in faccia, sorridendo.
– Sembra una casa di fantasmi, che coraggio venderla! – mi disse e già proseguiva il suo cammino…
– Matt aspetta! Ecco, è questa la casa che voglio! – Le mie parole suonarono all’orecchio di Matt forse come uno schiaffo. Restò interdetto per un attimo, poi si girò verso di me e mi guardò come se fossi pazza, pensando scherzassi. Io invece non scherzavo affatto, ero seria, anzi serissima! Quella casa doveva essere mia!
Matt provò a dissuadermi ma qualunque cosa avesse detto sarebbe stata inutile. Quella sarebbe diventata la nostra abitazione. E lui che mi conosceva bene, sapeva che quando desidero una cosa faccio di tutto per ottenerla, con le buone o con le cattive. Il giorno seguente vi tornammo assieme e riguardandola pensai che certamente ci sarebbe voluto parecchio tempo prima di rendere abitabile quel che restava di una costruzione indipendente, abbandonata da chissà quanti anni, ma non avevo fretta.
Mentre annotavo il numero dell’agenzia immobiliare scritto sul cartello, una vecchia ci rivolse la parola, o meglio urlò.
– Cosa siete venuti a fare qui? –
– Salve signora, siamo qui per visionare questa casa. La vorremmo acquistare. Per caso conosce chi si occupa della vendita? – risposi io con tono gentile.
– Siete per caso pazzi? La casa che state osservando è già occupata da tempo! –
– No signora è impossibile! La casa è in vendita! – dissi io indicando il cartello!
– Menzogne! La casa è abitata. I padroni ci stanno osservando! Vedete! – urlò l’anziana donna puntando il suo smunto dito su una piccola finestra dell’attico! Io mi voltai spaventata dal tono nervoso della vecchia. Dapprima non notai niente, a parte quelle logore finestre che a pensarci bene effettivamente mettevano i brividi. Poi però mi parve di notare qualcos’altro. Per un istante mi sembrò di intravedere due occhi che mi osservavano. Ma fu solo per un attimo, appunto. Probabilmente la vecchia coi suoi discorsi mi aveva suggestionato.
Poi continuò: – Signorina, io abito lì! vede? – disse indicando un edificio poco distante, e continuò: – Ogni volta che mi avvicino qui, sento dei rumori che provengono dall’interno di quella casa, vedo delle luci che si accendono di tanto in tanto, delle ombre scure, enormi, e sento anche delle urla, dei lamenti strazianti e vedo i padroni nascosti dietro quelle orride tende. – la signora sembrava terrorizzata, e poi afferrandomi il braccio di scatto e guardandomi negli occhi disse: – Signorina se ne vada. C’è qualcosa di malvagio in quella casa. La prego vada via! –
Io ero impietrita e imbarazzata. Ci fu un silenzio di qualche secondo che Matt interruppe: – Sarah, hai preso nota del numero? Dobbiamo andare ora –
Posai la mia mano sopra quella della signora e gentilmente le dissi: – Grazie tante per le informazioni, ora però dobbiamo proprio lasciarla. –
Lei per un secondo non allentò la presa e guardandomi ancora coi suoi occhi profondi come due piccoli punti neri in quel viso magrissimo aggiunse sottovoce: – Non tornare più –
Mi allontanai da lei rimuginando su quelle parole. “Fantasmi”…
– Matt! Pensa un po’… dei fantasmi! Ti rendi conto? – La voglia di entrare in quella casa ed esplorarla mi prendeva sempre di più.
– Fantasmi? – mi interruppe lui.
– Fantasmi – ripetei io a voce alta entusiasta. Ogni parola che la vecchia mi aveva detto non aveva fatto altro che spingermi verso quella casa… come un magnete, come le esche sull’amo di un pescatore esperto, quelle parole mi attiravano verso di essa. Quel giorno chiamai io stessa l’agenzia immobiliare e come mi aspettavo la casa era libera. L’agente era anzi felicissimo, talmente felice che riuscimmo facilmente a tirare sul prezzo e praticamente la ottenemmo con neanche la metà dei soldi che avevamo a disposizione.
Sembrava tutto perfetto e avrei avuto abbastanza denaro per iniziare immediatamente i lavori di restauro.
Matt non capiva come potesse piacermi quella casa. Quando vi entrammo per la prima volta, lui ne fu disgustato. Si guardava intorno inorridito in silenzio, mentre io ero felicissima e indicavo come sarebbe stato bello spostando quel mobile lì, ristrutturando quel muro là, cambiando questa e quell’altra cosa. Matt stava zitto, non si mise neanche a discutere di nuovo la mia scelta. Dopo un mese circa l’agenzia ci consegnò le chiavi, ma decidemmo di restare in affitto finché i lavori di ristrutturazione non fossero ultimati. E poi dovevamo acquistare qualche mobile e traslocare le nostre cose. C’era davvero tanto da fare. I muratori prima sistemarono le vistose crepe sulle pareti interne che poi dipinsero coi bei colori caldi che avevamo scelto: tutti diversi per ciascuna stanza. Le moquette vecchie ed ingiallite vennero sostituite da un bel parquet di legno di pino rossiccio che profumava tutta la casa. Acquistammo delle nuove porte e delle belle finestre; nel soggiorno decidemmo di buttare giù un muro divisorio per rendere l’ambiente più ampio e luminoso, e coi soldi rimasti comprammo l’arredamento per rendere più accogliente la camera da letto. La cucina la ordinammo su misura e lo stesso facemmo con la libreria dello studio, che era molto ampio. Anche le mura esterne della casa necessitarono di qualche lavoro di ristrutturazione. Dopo 8 mesi, finalmente, ci trasferimmo. Quei lavori erano costati più della casa stessa, che ora aveva cambiato completamente aspetto. L’edera rampicante cresceva rigogliosa e tutto ciò che un tempo era arrugginito e cigolante ora sembrava aver ripreso vita. Ero felicissima e quasi mi dimenticai quella strana sensazione che avevo provato sentendo parlare dei fantasmi. L’anziana donna che abitava nella casa vicina non ci rivolgeva più la parola, ci passava vicino senza salutare, triste in volto.
Erano passati diversi mesi da quando ci eravamo trasferiti nella nuova casa. Sembrava che tutto andasse per il meglio. Mi sentivo sempre più a mio agio in casa, anche quando ero sola e Matt era fuori per lavoro, anche se talvolta sentivo dei rumori provenire da qualche altra stanza. Mi trovavo a mio agio, anche se certe notti la temperatura sembrava improvvisamente calare senza un motivo apparente. Sorridevo quando qualche amica mi veniva a trovare e mi confidava di sentirsi “strana”.
Poi, però, un venerdì sera particolarmente freddo, un fatto inusuale mi colpì. Matt era fuori per lavoro, avevo appena cenato ed ero seduta sulla mia comoda poltrona, al centro del nuovo studio. A un certo punto sentii chiaramente piangere un bambino poco lontano da dove mi trovavo. Ascoltai con attenzione e riuscii a capire la direzione da cui veniva quel lamento.
Mi alzai, uscii dalla stanza e mi diressi verso la cucina.
All’ingresso del salotto, c’era un ragazzino che poteva avere otto anni, magrissimo, bianco in volto. Piangeva disperatamente e di certo non doveva trovarsi lì ma non so per quale motivo non ne fui spaventata. Pensai fosse il figlio di qualche vicina di casa.
Appena mi vide, si mise in piedi di fronte a me, rigido, con gli occhi fissi su ad osservarmi. Sembrava terrorizzato.
– Che succede, caro? Ti sei per caso smarrito? gli chiesi con gentilezza – Silenzio. Mi avvicinai di più e provai ad abbracciarlo e mi resi conto che tremava. Senza dirmi una parola, indicò le scale che portavano al primo piano.
Le percorremmo insieme; io gli tenevo la mano che ancora tremava. Arrivati sul pianerottolo, mi inginocchiai ancora verso di lui e gli dissi: – Cosa cerchi, piccolo? –
Senza dire una parola, il bimbo indicò in alto proprio sopra la mia testa una piccola botola bianca che doveva portare alla soffitta. Non avevo mai investigato nel sottotetto e non ne avevo alcuna intenzione: doveva solo essere pieno di polvere e cavi. Mi rigirai verso di lui e dissi:
– Tesoro, lì non c’è proprio nulla. Posso chiamare la tua mamma? –
Lui borbottò qualcosa e riprese a piangere indicandomi ancora la botola con insistenza. La guardai di nuovo pensando che doveva esserci qualcosa di importante lì. – Va bene, ora provo ad aprirla ma poi chiamiamo la tua mamma, okay? –
Mi voltai con l’intenzione di prendere una sedia dalla camera da letto, quando mi accorsi che il bimbo era svanito nel nulla.
Un brivido freddo mi pervase, un urlo strozzato uscì dalla mia gola, come fosse senza forze, svuotato della vita… Il bimbo era sparito… Come era potuto accadere? Avevo visto bene o era solo suggestione? Avevo appena visto un fantasma? Le parole della vecchia mi tornarono in mente…
A casa c’era un silenzio innaturale. Come se l’abitazione, fino a quel momento viva, fosse all’improvviso deceduta di morte violenta. Una sensazione sgradevole difficile da spiegare.
Afferrai una pila saldamente e con l’altra mano presi di peso l’unica sedia della mia camera da letto. Ci salii sopra: in piedi riuscii a raggiungere un piccolo gancio di metallo. Lo tirai con forza verso di me e la porta venne giù insieme ad una vecchia scala retrattile. Scesi dalla sedia e spinsi la scala fino al pianerottolo. Salii sopra quei piccoli gradini arrugginiti con la mia pila accesa in mano e lentamente mi trovai con la testa sul sottotetto. Arrivai su, feci un passo per rendermi conto se riuscissi a stare in piedi all’interno di quel piccolo spazio. Non chiusi la botola dietro di me e mi guardai intorno grazie alla luce della pila. Mi sorpresi nel constatare che il sottotetto era molto più ampio di quello che mi aspettavo. C’era una vecchia cassapanca tarlata, vi erano numerosi fogli con incomprensibili scritte a mano e alcuni libri sudici e parzialmente distrutti. Poi avvertii un odore particolare, quasi di incenso, ma molto più forte con delle note aspre che prendeva alla gola. Diressi il fascio di luce contro i muri: vi erano dappertutto solchi profondi e ripetuti graffi incisi nel cemento, come fosse stato di burro. Pareva esserci vissuto qualcuno là dentro. Mi sorpresi quando vidi che più in fondo vi erano alcuni quadri a olio con delle cornici di legno grossolane; non erano molto grandi, ne contai 4: erano dei ritratti. Mi avvicinai per guardarli meglio alla luce della pila e rabbrividii notando il realismo di quei volti. Uno di essi era voltato contro una finestrella bloccando la luce. Lo girai: vi era raffigurata un’anziana donna posizionata frontalmente, coi capelli lunghi e bianchi, gli occhi vitrei come fossero di ghiaccio in un volto rugoso e accigliato. Riconobbi quegli occhi: erano gli stessi che avevo intravisto il giorno in cui la donna mi parlò della casa e delle sue strane presenze.
In un altro dipinto dal fondo scuro con il busto di tre quarti, il volto tumefatto di un uomo di circa 65 anni era ruotato verso lo spettatore con la bocca spalancata in una smorfia straziante e un gomito poggiato idealmente sul bordo inferiore della tela. Alla destra di quello stava un terzo quadro in cui si vedeva un uomo calvo, decrepito, con una vistosa cicatrice in fronte e a cui mancava un occhio. E poi sulla parete alla mia destra stavano altri due dipinti: il più grande dei due raffigurava la casa, come doveva essere stata molto tempo prima. Sembrava bellissima, una vera reggia con due grossi platani a incorniciare l’entrata principale. Nell’angolo destro stava una donna sui 50 anni che teneva un neonato tra le braccia. Il dipinto più piccolo era un ritratto di un bambino, sugli otto anni con dei capelli neri e crespi, aveva uno strano sorriso enigmatico. Mi avvicinai a guardarlo meglio e mi accorsi che quello somigliava tanto al bambino che avevo appena incontrato in casa.
Poi mi parve di sentire dei passi provenire dal pianerottolo; mi affrettai a scendere attraverso la botola senza guardarmi indietro. Tornai in camera e mi misi a letto, non c’era davvero nulla di strano: probabilmente mi ero immaginata i rumori, ma certamente non avevo alcuna voglia di dormire. Quei volti straziati così altamente realistici non abbandonavano la mia mente neanche un istante. Finalmente gli occhi si chiusero, ma nei miei sogni li rividi tutti insieme intorno a me che mi invitavano ad unirsi a loro; mi chiamavano in coro allargando le loro braccia smunte e cadenti. Le labbra rattrappite facevano da cornice a dei denti necrotici e grigi mentre si avvicinavano di più.
Mi svegliai di colpo con gli occhi sbarrati dal terrore, le palpebre aperte innaturalmente, le pupille dilatate, più stanca di prima. Matt mi chiamò per dirmi che sarebbe tornato in settimana. Non gli dissi nulla dell’accaduto, ma la curiosità fu tale che decisi di tornare nel sottotetto. Dovevo assolutamente capire quale fosse l’identità delle persone ritratte nei dipinti. Pensai potessero essere i vecchi proprietari della casa. Aprii la botola ed entrai nuovamente in soffitta. Aproffittando della luce del giorno cominciai a rovistare tra i documenti sparsi. Vi erano delle foto di famiglia sbiadite. In una foto riconobbi gli occhi vitrei della donna accanto a un uomo sui quarant’anni. Pensai che la foto fosse stata scattata in casa. Spinta dalla curiosità, aprii la vecchia cassapanca. Al suo interno vi erano dei libri, dei piccoli pennelli, dei tubetti di colore che parevano ancora freschi e un grande dipinto che raffigurava una camera con uno scarno arredamento, un letto al centro con delle bellissime lenzuola di pizzo ricamato rosso carminio e delle tende bianche che incorniciavano delle ampie finestre. Aprii uno dei libri, lessi la prima pagina: Alchemia ermetica; libro di proprietà di Julie Welsh. Vi erano delle formule che sembravano essere molto complicate con delle illustrazioni accurate. Poi in una pagina scarabocchiata a mano lessi: “Per distruggere la vostra realtà metafisica sbarazzatevi del portale”. Chiusi il libro e presi quel quadro. Era molto bello, i colori sembravano così vivi che decisi di appenderlo nella mia stanza.
Mi resi conto che senza accorgermene si era già fatta sera e avevo trascorso più di cinque ore in quella vecchia soffitta.
Tornai nella mia camera, appesi quel quadro nella parete di fronte al letto. Lo ammirai a lungo: mi colpiva il suo estremo realismo. Come se sentissi una forza dentro di me, mi avvicinai di più e per un secondo mi parve di vedere il pizzo bianco delle tende muoversi leggermente come se dietro di esse il vento le avesse mosse. Tesi la mano verso la cornice e la sfiorai. Poi passai le mie dita sul bordo del dipinto e muovendole dal basso giunsi alle lenzuola del letto. In quel momento sentii un formicolio sulla punta delle mie dita. Notai che le mie unghie stavano cambiando colore divenendo più pallide, poi bianche. Feci per rimuoverle dalla tela ma non ci riuscii: una forza mi teneva attratta sulla superficie del quadro. Non mi parve vero quando riuscii a percepire il pizzo delle lenzuola al tatto. Fu li che con stupore misto a curiosità andai oltre e fu semplice come entrare in una stanza. Non sentii il peso del corpo, feci semplicemente un passo e non ero più nella mia stanza. Era dentro quel quadro. Mi guardai intorno: la stanza in cui mi trovavo era proprio quella del dipinto. Vi era un porta, provai ad aprirla ma sembrava bloccata. Mi avvicinai alla tenda e la mossi cercando di osservare cosa ci fosse oltre la finestra: nulla. Non vi era assolutamente nulla. Allora tornai a guardare di fronte al letto di pizzo rosso dove vi era un’altra grande finestra, ci guardai attraverso e come in un riflesso vidi una stanza simile a questa con un arredamento scarno e un letto al centro. Stavo guardando era la mia stanza. Mi avvicinai di più per provare a sfiorare quello spazio ma inutilmente. Provai a battere quella che sembrava una superficie di un vetro spesso, troppo per essere sfondato, urlai e urlai ancora. Ero intrappolata. E fu allora che capii tutto: il fantasma, se quel bambino lo era davvero, stava cercando solo di avvertirmi.

Ero divenuta anch’io un volto in un quadro destinata ad invecchiare e imputridire dinanzi agi occhi di un inconsapevole spettatore.

Dieci anni dopo.
La signora Bradshadow era stata assunta da poco e ci teneva a fare di tutto affinché la prima vendita andasse a buon fine. La proviggione del resto era molto buona e lei e suo figlio avevano un disperato bisogno di quei soldi. Soprattutto adesso che suo marito se ne era andato con quella sgualdrina di Annabelle. Ma non c’era tempo per rimuginare sul passato, era quasi ora ormai. Come sempre fece un rapido giro delle stanze per assicurarsi che l’agenzia di pulizie avesse ripulito tutto per bene. Guardando i colori ormai spenti della carta da parati si chiese come fosse stato possibile scegliere delle tinte diverse per ogni stanza. “Giovani” – pensò. In agenzia le avevano detto che la coppia che aveva abitato la casa era formata da un ragazzo e una ragazza poco più grandi di suo figlio. Immaginare come fosse finita era fin troppo semplice: uno dei due doveva essersi stancato e la casa era stata messa in vendita per cancellare il ricordo di una storia finita male. Proprio come era successo a lei. Sì, era tutto a posto tranne per una cosa. Con decisione la signora Bradshadow si diresse in camera da letto. Per un istante rimase a fissare il letto e le lenzuola di pizzo rosso che lo ricoprivano, poi andò diretta verso quell’unica nota stonata di tutta la casa: un quadro con una cornice di legno scuro nel centro della parete. Non sapeva perché ma l’immagine raffigurata l’aveva incuriosita fin dalla prima volta che l’aveva notata: il volto di una ragazza, dagli occhi infinitamente tristi. Tutto di quel viso l’affascinava: i capelli che sembravano essere stati immortalati dall’artista proprio nel momento in cui stavano imbianchendo, le rughe sottili attorno agli occhi e quelle più marcate agli angoli della bocca. “Decisamente troppo macabra”, decise. Issandosi sulle punte dei piedi fece forza con le mani e tirò giù il quadro. Se non sbagliava ci doveva essere una soffitta da qualche parte… Ecco quello sarebbe stato un ottimo posto per il quadro.

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