Dal vetro del finestrino di quel vecchio autobus osservavo le improvvise crepe di luce che si facevano spazio nel greve manto di nubi. La luce del sole scolorava il verde familiare di quella compatta distesa di alberi che odoravano di polvere come fiori secchi. Tra pini e betulle immersi in quel tetro silenzio, mi resi conto che la mia casa era ancora lontana e tremai. Mi strinsi nel mio cappotto nero e continuai ad osservare sconsolata il cigolante autobus che lento continuava il suo viaggio. Poi mi guardai intorno. Contai velocemente quei pochi che, come me, si erano affidati ai mezzi pubblici per tornare a casa. Tre file avanti stava seduto un uomo di mezza età ed un’anziana signora alla mia sinistra osservava il paesaggio dal finestrino. Dietro l’autista un ragazzo che poteva avere la mia età, leggeva un libro.
Mi soffermai sullo sguardo dell’uomo: non mi piaceva per niente. Poteva avere sessant’anni, ma non ne ero sicura. Era vestito impeccabilmente, troppo elegante per trovarsi su un autobus in aperta campagna. Il suo viso era colmo di rughe e i suoi occhi profondi erano come due piccoli punti neri in quel pallido viso così enormemente segnato dal tempo. Mi strinsi di più nella giacca e continuai ad osservarlo con la coda dell’occhio.
Era tardi, i miei occhi quasi cedevano alla stanchezza della sera, quando ad un tratto l’automezzo si fermò in una radura.

– Signori, dovete scendere – disse l’autista.
– Abbiamo un problema. Devo riportare l’autobus alla rimessa. Un collega arriverà tra circa due ore. –

Le nostre proteste non servirono a nulla. L’autista fece scendere tutti. Non c’era neanche una panchina dove sedersi. E così mi ritrovai lì, al vento, lontana da casa e da chiunque conoscessi, in quella radura poco lontana da un paesino desolato di cui non ricordavo il nome, neanche lontanamente simile ad una grande città. Strinsi di più il cellulare in mano e guardai lo schermo. Sfortunamente la batteria aveva consumato la sua carica completamente. “Maledizione!” pensai. “Dannata tecnologia!” Ero sola.
Diedi un’altra furtiva occhiata agli altri passeggeri. D’istinto mi avvicinai al ragazzo.
– Ciao! Che sventura! Starai qui ad aspettare? – chiesi.
– Penso che tornerò all’autorimessa insieme all’autista – rispose lui, sollevando leggermente le spalle.
– Capisco. Io credo che aspetterò qui. Magari cercherò una taverna nei dintorni dove chiedere informazioni. E comunque scusa! Non mi sono neanche presentata! Mi chiamo Kate, piacere di conoscerti! –
– Ciao Kate, io sono Mathias. – disse lui, tendendo la mano destra timidamente verso di me. La stretta di mano, un po’ titubante, lasciò spazio ad un sorriso.
– Mi sa proprio che aspetterò con te, se non ti dispiace – proseguì lui.
– Ah perfetto! – dissi io.
Mathias sembrava un ragazzo gentile.
Aveva una folta chioma di capelli neri, crespi, fitti e corti. Il suo viso era rotondo con regolari lineamenti, gli occhi erano neri, grandi, con ciglia lunghe. Il suo naso piccolo e un pochino all’insù rendeva il suo viso un po’ buffo. La bocca e le orecchie erano piccole e sarà stato poco più alto di me. Era di corporatura snella e agile, quasi rassicurante. Indossava una camicia a quadri larghi rossi e neri leggermente aperta sotto da cui si intravedeva una maglia grigia; i pantaloni erano stretti, neri di velluto rigato. Portava degli anfibi neri, alla moda. Mi chiedevo quanti anni potesse avere: non doveva essere molto più grande di me. Comunque poco importava: avevo trovato un compagno di sventura. Non ero più sola, se non altro…
Ci incamminammo lungo una strada sterrata che portava al villaggio. L’uomo sui sessanta era davanti a noi: s’affrettava con passi lunghi quasi come fosse seguito da qualcosa.
– Signore scusi! – gridò Mathias. – Può darci delle indicazioni? Stiamo cercando una taverna. –
L’uomo si girò a guardarci con fare minaccioso e disse: – Ci sto andando, se volete potete seguirmi. Io vivo non lontano da qui – e mentre rispose aveva uno strano ghigno sul viso. In quel momento non pioveva ed i pochi lampioni stradali fendevano un po’ l’oscurità che lentamente iniziava a gravare sulla vicina collina. Ero un po’ spaventata, devo ammetterlo.
Sentivo ora su di me lo sguardo di quell’uomo che stava fermo ad attendere un nostro cenno. Solo dopo poco mi resi conto che l’anziana donna, di cui mi ero quasi scordata, aveva anche lei cominciato ad arrancare per quella stradina deserta. Non si era vista nemmeno una macchina da quando l’autobus ci aveva scaricati lì, in quella radura in mezzo al niente. Quell’uomo non mi ispirava proprio alcuna fiducia. Non mi ci volle molto tempo per prendere una decisione. Chiesi a Mathias di fermarci un secondo prima di procedere con l’uomo.
– Mathias, perché non chiediamo alla signora dove si sta recando? –
Lui mi guardò un attimo e poi mi disse: – Okay, chiedere non costa nulla! –
Con passo deciso, mi avvicinai all’anziana che avanzava piano, curva sotto il peso dell’età. I suoi capelli erano grigi e così perfettamente pettinati. Aveva con sé una grossa borsa che trascinava a stento. Pensai potessi offrirle il mio aiuto per chiederle delle informazioni. Lei, forse, abitava lì vicino. La donna notò che le andavo incontro, mi rivolse uno sguardo benevolo e mi sorrise.
– Signora, scusi, posso aiutarla? – chiesi con dolcezza. Intanto Mathias stava fermo lì più avanti dove lo avevo lasciato. L’uomo sbuffando urlò: – Se volete potete raggiungermi alla taverna quando vi pare. Al prossimo incrocio girate a sinistra e proseguite fino all’insegna: Fox and flowerpot. Vi saluto – e si mise in cammino. Registrai quell’informazione e mi voltai verso l’anziana donna.
– Oh, non preoccuparti cara. Non è pesante come sembra. Che tipo quello! –
La sua voce era un po’ tremante.
– La prego signora, insisto – e tesi la mano. Lei invece della borsa, mi prese il braccio senza fare pressione e sorridendo mi disse: – Se non ti dispiace, mi accompagneresti a casa? Preferirei un po’ di sostegno lungo questa breve camminata. La mia casa non è distante e se mi concedi questo piccolo aiuto, ricambierò la tua gentilezza offrendoti del cibo. –
Io la guardai imbarazzata. Lei continuò: – Preferisci qualcosa da bere? – Io continuavo a guardarla. – Oh scusa, non avevo visto che c’è anche un tuo amico. Bè anche lui è invitato. –
Okay, mi ero imbattuta nella classica nonna delle favole per bambini.
Mathias stava fermo ad osservare cosa accadeva tra me e la signora.
Poi le sorrisi.
– Mi accontenterei di qualche informazione se non le dispiace. Per caso avrebbe un elenco dei servizi vicini? Un numero radio taxi ad esempio? –
Intanto le ombre sul terreno si erano allungate tremendamente.
– Certo cara, a casa dovrei avere le informazioni che cerchi su qualche quaderno. –

Si incamminò e io la seguii, poi si aggiunse anche Mathias. Stavamo tutti in silenzio. La sua andatura non era di quelle spedite, anzi. Il suo passo da lumaca cominciò a logorare i nervi di Mathias che si abbandonò a qualche cenno di sdegno. A destra e a sinistra di quella desolata stradina gli alberi si facevano sempre più fitti. Poi un fulmine squarciò il cielo, e poi un altro e un altro ancora: iniziarono a susseguirsi gli uni agli altri con maggiore frequenza. Quel poco di cielo che riuscivo a vedere fra gli alberi era sempre di più illuminato a giorno. Anche i tuoni erano più frequenti e mi chiedevo quanto fosse lontana la casa della donna. Mi ricordai dello sconosciuto che avevamo lasciato vicino alla fermata. Poi sentii dei passi lenti, non troppo lontani da me. Istintivamente mi voltai. Un brivido pervase il mio corpo: quell’uomo era lì!

to be continued…

Se vuoi leggere la seconda parte clicca sulla foto!

creepy_stairs_by_cynn0r
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