L’arteterapia è una tecnica clinica di supporto per quegli individui che presentano patologie psicologiche gravi. Ne parliamo con un esperto del settore.

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Ultimamente si sente spesso parlare di “Arteterapia”, ossia il processo creativo inteso come mezzo per produrre benessere, salute e migliorare la qualità della vita. L’arteterapia include l’insieme delle tecniche e delle metodologie che utilizzano le attività artistiche visuali (ma anche musica, danza, teatro, marionette, costruzione e narrazione di storie e racconti) come mezzi terapeutici, finalizzati al recupero e alla crescita della persona nella sua sfera emotiva, affettiva e relazionale. Per quanto ciò appaia attuale, in realtà quest’attività affonda le proprie radici in tempi molto lontani. La storia delle arti, infatti, si è spesso incrociata con quella della salute mentale. Già nell’antico Egitto e in Grecia i concetti di arte e salute venivano spesso accostati, mentre in tempi più recenti, ma non troppo, durante la rivoluzione industriale, in Inghilterra i soggetti mentalmente disturbati erano spesso accolti in centri appositi in cui si svolgevano attività artistiche e musicali. Ma è nel corso del XX secolo, grazie agli studi di Freud, Jung e alla psicoanalisi, che si arriva a una vera teorizzazione dell’effetto benefico che le arti potrebbero avere su alcuni disturbi mentali. Ma la vera madre di questa disciplina, è Edith Krameri. Mente geniale e all’avanguardia, nasce a Vienna nel 1916 e inizia a seguire lezioni private d’arte sin dall’età di tredici anni. In seguito si trasferisce a Praga, dove per quattro anni, dal 1934 al 1938, gestisce i laboratori artistici che accolgono bambini sfuggiti alle iniziali persecuzioni naziste. Nel 1938, in seguito all’inasprirsi delle leggi razziali, emigra a New York, dove inizia a lavorare con bambini e adolescenti come insegnante nei quartieri più poveri della capitale, e in diversi centri di neuropsichiatria infantile. Attraverso questa esperienza sul campo la Kramer mette a punto una precisa linea metodologica che pone al centro del processo curativo l’atto della creazione. In questa ottica l’opera d’arte diviene un “contenitore di emozioni” oltre che una espressione dell’inconscio e la sua realizzazione viene concepita come mezzo di sostegno dell’Io, in grado di favorire lo sviluppo di un senso di identità e promuovere una generale maturazione e integrazione dell’individuo. Per approfondire meglio questi concetti abbiamo intervistato il Dott. Giovanni Castaldi, psicologo e psicoterapeuta, responsabile del Centro Disturbi Psichici di Milano, coordinatore di gruppi di psicoterapia per pazienti con disturbi di personalità borderline e di psicosi presso il Dipartimento di Salute Mentale e autore di una serie di articoli sulla psicologia e sull’arte.

A chi si rivolge l’arteterapia?

L’arteterapia è una tecnica clinica molto utile, a mio avviso l’unica in alcuni casi, che possa “curare” una dimensione patologica psichica grave. Non solo, ma può essere anche funzionale al miglioramento della qualità della vita in pazienti che hanno patologie mediche impegnative, traumatiche o che subiscono operazioni chirurgiche invasive. Ritengo importante usare l’arteterapia con i disagi mentali profondi come la dimensione psicotica, le patologie schizofreniche, e in tutta l’area della riabilitazione psicologica post-traumatica. Inoltre è molto efficace nella terapia di bambini, sia in età prescolare che negli anni della scuola elementare. La particolarità di questa metodica sta nel fatto che in situazioni patologiche psicotiche, o nel disagio psichico post traumatico o in quello infantile, ciò che è disturbato, rotto, incidentato dell’ordinamento psichico, è la dimensione cognitiva e linguistica. Sono malmessi i processi cerebrali chiamati secondari, i processi della parola e del pensiero, strutturali. Nei bambini di 6 o 7 anni abbiamo una dimensione mentale fortemente evolutiva in cui la parola ha però una funzione ancora precaria rispetto a un ragazzo di 18. Fare un disegno, raffigurare cose e persone attraverso i colori, manipolare e dare nuova forma agli oggetti, giocare, sono tutte azioni concrete, che usano materiali toccabili, diversamente dalla parola. Si mettono in campo i processi organizzativi primari della capacità di pensare. Si fa attività simbolica, non astratta, come con la parola, e la realtà viene organizzata in forme visibili, prendibili e distruttibili. In tal modo si costruiscono mappe geografiche mentali dove ci si può ordinare e orientare. Nel caso di un soggetto schizofrenico è più semplice interloquire attraverso una dimensione materiale di rappresentazione di cose. Possono essere delle raffigurazioni pittoriche, sculture, dei piccoli modelli artigianali prodotti con materie diverse, che fanno da mediatori nella relazione clinica. Tutto ciò avvia dei processi identificatori primari che producono un funzionamento curativo, mentre per ottenere la stessa cosa attraverso la parola si avrebbe bisogno di funzioni evolutive che sono ancora molto disturbate. In questo senso l’arteterapia è uno strumento terapeutico che può servire a costruire un fondo, una sorta di pavimento psichico su cui il paziente può mettere i piedi e iniziare a camminare.

In che modo questa terapia migliora la condizione di coloro che vi ricorrono?

Migliora la condizione mentale degli individui che ne usufruiscono. Nel lavoro con i bambini e nei casi di coloro che vivono in comunità psichiatriche c’è un miglioramento della loro condizione di esistenza, sono più soddisfatti, si sentono più riconosciuti, meno soli. Si creano barlumi di speranza, minimi ma comunque vitali nelle persone più colpite dalla loro esistenza bizzarra, mentre per gli altri in cui il dolore psichico è più leggero, o anche nei più piccoli, si avvia un processo di articolazione della propria storia più accattivante e coinvolgente rispetto al dire. Elementi di fissazione percettiva, blocchi immaginativi, attraverso una narrazione figurativa possono trovare uno sbocco di sviluppo e trasformazione. Per certi aspetti è più semplice la costruzione di una dimensione transferale terapeutica. Il rapporto che si instaura con il paziente, lavorando con figure e rappresentazioni concrete, ha una maggiore forza di riconoscibilità e di scambio reale di qualcosa. Abbiamo costruito un oggetto la cui condivisione può essere piacevole, buona. “Andiamo a vedere che disegni abbiamo fatto in questi mesi”. Andiamo all’armadio, li mettiamo sul tavolo e guardiamo una storia concreta di quello che abbiamo fatto. è diverso dal dire “mi faccia un’analisi delle cose di cui abbiamo parlato”. Sì, certamente quello sarebbe un approccio giusto ma utilizzarlo con un individuo che ha una dimensione problematica della parola è come andare su Marte. “Guarda cosa abbiamo fatto due anni fa, e poi cosa abbiamo fatto nell’aprile dell’anno scorso”. Costruiamo una tappa significativa, narrativa, del mondo di questa persona, con cui possiamo lavorare, che possiamo verificare, vedere, visionare di volta in volta per trarne sensi diversi, perché non è detto che venga dato sempre lo stesso senso a quel che vediamo.

Come viene trattata l’opera d’arte?

C’è un malinteso da risolvere. L’arteterapia riguarda un percorso clinico che fa uso di mezzi artistici ma non l’opera d’arte in sé. Il medium è artistico ma il fine non è quello di costruire opere d’arte ma opere “curanti”. Il gioco è di riuscire a fare costruire nuove rappresentazioni di sé e nuove costruzioni di senso. Si cerca di far funzionare una dimensione terapeutica affinché un soggetto da una dimensione di malessere invalidante trovi delle trasformazioni nella sua vita che lo spingano a una dimensione esistenziale più soddisfacente. L’arteterapeuta interpreta quel che viene realizzato e tale interpretazione va condivisa con la persona “creatrice” in un percorso di cura.

Il processo creativo del paziente può essere considerato “arte”?

L’arteterapeuta deve fregarsene dell’aspetto artistico se il gioco artistico è quello di rispettare dei canoni estetici formali. Il suo obiettivo è di far fare un’esperienza “inventiva” al paziente nell’accezione più semplice del termine. Inventivo è anche l’atto di cambiare strada per andare a comprare il pane. Inventare qualche novità comporta cura nella patologie gravi. Dobbiamo cercare di rendere visibile qualcosa che non lo è. Sul fare arte in sé mi viene in mente il concetto di art brut coniato da Jean Dubuffet negli anni ‘30, che contemplava tutto ciò che è visionario e fuori da una dimensione culturale. In questo caso nel contenitore art brut erano inserite anche persone che si trovavano in una situazione di ospedalizzazione psichiatrica. Oggi è ingenuo pensarlo ma all’epoca è stato importante che qualcuno abbia riconosciuto il valore di segni sgrammaticati che facevano sintassi, associazione, senza passare dalle regole grammaticali.

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Per il terapista è più importante conoscere l’arte o la psicologia?

Come in ogni campo del sapere umano più conoscenze si hanno meglio è. La parte psicologica e clinica, è molto importante in arteterapia. Uno storico dell’arte potrebbe fare arteterapia? Sì, avrebbe la seria possibilità di associare ciò che vede a un sistema formale o informale dell’arte, potrebbe dare un valido giudizio estetico attraversando la storia delle rappresentazioni artistiche nei secoli comparandole ai lavori dei pazienti. Dobbiamo però sempre riflettere e porci la questione di quali sono gli obiettivi di una dimensione arteterapeutica. Lo scopo è di fare emergere gli aspetti emotivi, negativi e positivi, dandogli una forma. è chiaro che sono le rappresentazioni negative di noi stessi che bloccano e creano disagi. Sono scene emotivamente negative fissate nei nostri pensieri che diventano poi degli automatismi compulsivi e persecutori. Metterle graficamente in una forma visiva comporta separarsene, ciò alleggerisce il carico emotivo della persona. Questa è un’operazione clinica, terapeutica, in cui viene usato il medium artistico. Se l’arteterapeuta non ha una formazione clinica adeguata, lavorando con delle situazioni di disagio molto gravi, non coglie la portata terapeutica di quel che vede o sente, per cui devono esserci sempre altre figure sanitarie che lo coadiuvino. Una formazione appropriata dovrebbe unire competenze d’arte e cliniche. è evidente che uno psicologo, uno psicanalista o uno psichiatra, che lavora in questo campo è coinvolto dal gioco artistico. Del resto è difficile trovare arteterapeuti che non sono interessati alla dimensione artistica. Se a me non interessa nulla dell’arte, del teatro o del cinema, come faccio a condurre una terapia in cui includo queste forme di espressione come momento terapeutico? C’è in gioco un desiderio forte del terapeuta che spesso è un desiderio praticato, svolto e che rientra esso stesso nella dimensione di cura per il paziente.

Quali sono gli ultimi campi di applicazione dell’arte terapia?

Ne esistono diversi. Nel mio caso, da diversi anni sto lavorando sull’identità e sull’autoritratto e lo sto facendo attraverso il medium fotografico. Tecniche e strategie diverse con il medesimo scopo: far parlare le persone del loro mondo, narrandosi, cercando di andare a costruire una raffigurazione concreta della propria vita. Secondo me la fotografia è uno dei mezzi tecnici più diretti e significativi per parlare di sé e per ricostruire la propria identità. Certo ci possono essere aspetti ludici ma anche drammatici. Nelle patologie gravi provare a narrarsi attraverso l’album delle fotografie personali e famigliari può essere emotivamente molto forte. Da un lato è importante per queste persone riattraversare la propria storia con delle immagini stampate, ma bisogna essere prudenti e cauti nell’indurre emozioni travolgenti in loro. Per approfondire questa metodica, l’ho portata in ambienti diversi, con utenze differenti tra loro: lo studio dove opero come psicanalista, in comunità psichiatriche, in gallerie d’arte pubbliche e private. Ultimamente lo sto facendo insieme a una mia giovane collega, artista e performer, Mona Lisa Tina, alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, che è una istituzione d’arte internazionale molto importante. Le esperienze più significative le ho avute comunque nelle comunità psichiatriche dove il lavoro è sempre molto più impegnativo, lungo, drammatico, alcune volte freddo. Si compiva il viaggio attraverso gli album fotografici come se appartenessero ad altre persone in un assoluto distacco, una sorta di asetticità emotiva, o, al contrario in un’emotività dirompente e debordante. Più l’individuo non sta bene e si trova sprofondato in una situazione barcollante esistenzialmente, più l’attraversamento identitario fotografico ha un valore strutturante con valenze di sutura, come se venissero curate ferite ancora aperte. Anche il farsi degli autoritratti è fondamentale: è un modo per riconoscersi e per amarsi, o forse anche un po’ per odiarsi staccandosi da sé stessi. è un modo per esistere e mantenere vivo il concetto di doppio, il fatto che siamo sempre in due e che ci portiamo dietro l’ombra di noi stessi. Un concetto forse scontato ma nel medesimo tempo incredibile che richiama quello dell’espansività dell’uomo che non sta solo nella propria pelle ma si moltiplica sempre. Una molteplicità umana assolutamente strutturale.

Come si diventa arte terapeuta?

Esistono sul nostro territorio una serie di realtà didattiche piuttosto significative. L’arteterapia è una disciplina che deve ancora trovare una costruzione formativa forte. Penso che ciò avverrà in Italia nei prossimi anni, così come è già accaduto negli Stati Uniti o in Inghilterra. Il punto è dare all’arteterapeuta piena consapevolezza del mezzo espressivo con cui lavora. Se lavora con la fotografia deve conoscere bene la dimensione fotografica, se preferisce i colori deve conoscerne i segreti e via dicendo. I pionieri dell’arteterapia nel secolo scorso erano psichiatri e psicanalisti; individui geniali che cercavano di rompere una circolazione cronica di fenomeni psichici nei loro pazienti. Lavorare nell’arteterapia significa mettere insieme una serie di conoscenze cliniche e artistiche che devono trovare poi un’integrazione. Un lavoro complesso che abbisogna di anni di esperienza e dedizione.

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Il presente articolo verra` pubblicato sulla rivista medica LaPelle nel numero di Agosto

I quadri utilizzati per illustrare l’articolo sono realizzati da Marta Lapillo www.martalapillo.com

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